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Dalla stretta al private credit: crescita della Finanza Privata

Novembre, 2025

Autore: dr. MIRANDA Leonardo*
Le opinioni espresse non impegnano la responsabilità della società di appartenenza

Riproduzione vietata/Partial or total reproduction and trasmission is forbidden

Introduzione: Il mercato del credito pubblico vs privato

In aggiunta delle considerazioni pregresse inerenti al credito rivolto alle imprese e ad esito dei dati osservati, vale la pena considerare che alla chiusura del primo semestre del 2025 è stato registrato un miglioramento considerevole rispetto ai trimestri precedenti per l’accesso, sia all’ingrosso che al dettaglio, al mercato monetario. Previsioni tenue ma positive non mancano in tal senso anche per il futuro, passando per il debt servicing ma soprattutto per il retail funding.

È il retail funding ossia il finanziamento al singolo soggetto che a questo pIunto diventa il vero protagonista. La vera domanda necessaria, tuttavia, dovrebbe essere: ma il retail funding, da parte di chi può o, meglio, “dovrebbe” essere operato?

Il mercato del credito difatti non si ferma al classico prestito bancario in senso tout court ma può venir caratterizzato anche da forme diverse di finanziamento distinguibili in sostanza o dal carattere pubblico dell’operazione di erogazione, in una veste standard nel comportamento degli operatori eroganti e nella delineazione di prodotto offerto al soggetto cliente finale, oppure dalla natura diversa, alternativa e customizzata dell’attività di finanziamento meglio definibile come “privata” dove la chiave di differenza principale tra le due forme sopra esposte è fondamentalmente ancora una volta il soggetto erogante.

Il mercato pubblico del credito si riferisce infatti ad un incontro tra la domanda e l’offerta di risorse mediante la presenza di appositi intermediari finanziari tipicamente bancari che a loro volta predispongono e strutturano l’offerta in via differente a seconda che il destinatario target del prodotto sia il consumatore per il credito al consumo, la persona fisica per i mutui prevalentemente residenziali o le imprese per le soluzioni corporate, spesso con pacchetti commerciali preconfezionati. È in sostanza il mercato più trasparente e distinto che c’è ma al contempo più rigido e standardizzato per le condizioni di accesso.

Le possibilità per i soggetti corporate, tuttavia, nel mercato pubblico del credito pagano una situazione non perfettamente ottimale in termini di T&C, così come rappresentato nel capitolo precedente, e fondano la propria esistenza sulla necessità sia di liquidità di breve periodo per esigenze di capitale circolante sia di medio-lungo termine per porre in essere quelle doverose quanto opportune operazioni straordinarie, espansioni, sostenimento di capex e all’occorrenza anche forme alternative di finanziamenti più taylor made che il soggetto richiedente necessita per crescere e competere in mercati sempre più globalizzati e inclini alle minacce quanto alle opportunità. D’altro canto, lato offerta, soluzioni simili potrebbero presentare soluzioni da proporre fortemente customizzate dove la due diligence verrebbe posta in essere come elemento dalla natura necessaria e fondamentale, declinata in modo più specifico al fine di offrire soluzioni alternative e rendere quindi l’operazione finale più incline alla resilienza – con possibilità di perdite anche inferiori se comparate a strumenti obbligazionari ad alto rendimento – e perché no anche rendimenti ben sopra la media rispetto ad altri investimenti alternativi in soluzioni simili di tipo “high yield”.

Date queste premesse, vale la pena considerare che sembra che vi sia un nuovo punto di incontro tra domanda e offerta sul tema credito alle imprese, un nuovo punto di incontro che però prescinde dal soggetto erogante che non è più la banca semmai quanto la figura di altro soggetto erogante come ad esempio un fondo specializzato.

Ma in che modo operano questi fondi specializzati e come funzionano?

Fondi di Private Credit: structuring e strategie

Fondi di Private Credit, gli “Eltif”: un esempio targato UE

Con la costituzione di fondi di Private Credit vengono creati appositi strumenti atti alla raccolta delle fonti di capitale da singoli investitori retail o da investitori istituzionali al fine di trasferire questa liquidità alle imprese, spesso trattasi di PMI ma non solo.

Un esempio lo sono gli “Eltif” quali “Fondi Europei a Lungo Termine” come strumenti di investimento collettivo del risparmio regolamentati dall’UE, i quali possono accedere al credito privato per formalizzare prestiti diretti e non bancari destinati a società che cercano capitali per la crescita. Diversi sono gli elementi di vantaggio che questi strumenti possono riservare, come ad esempio strutture semplificate con un quadro normativo che semplifica l’investimento a tutti gli interessati nell’area euro e un accesso facilitato a determinate asset class. Gli “Eltif 2.0” che ne sono un’evoluzione, aggiungono alla lista della spesa dei vantaggi non solo maggior liquidità volta ad armonizzare nel tempo le operazioni di investimento/disinvestimento da parte degli attori dell’offerta, ma anche più standardizzazione dei requisiti di adeguatezza per il rispetto della MiFid II ed infine maggior flessibilità potendo investire in un’ampia e diversificata gamma di crediti privati.

Assodato che non ci si può fermare al concetto generalistico del credito per il segmento corporate, come fosse un unico bisogno uguale per tutti coloro che vestono la figura dell’impresa di economia reale, la domanda che ne consegue sorge spontanea: ma in cosa consiste l’asset class di per sé in questo specifico ambito in cui il fondo di Private Credit dovrebbe investire? Cosa si intende per diversificata gamma di crediti?

A seconda della natura e degli obiettivi del soggetto finanziabile, della quantità richiesta di finanziamento e dei livelli generali di garanzia offerta dai medesimi cambia la strategia del fondo di private credit al fine di poter soddisfare le esigenze di ambo le parti della domanda e dell’offerta.

Si parla quindi di imbastire una strategia da parte del fondo; certo è che a farlo non può che essere chi il fondo lo può influenzare, infatti, a guidare un fondo in termini generali sono sia i limited partners che i general partners dove i primi sono meri investitori passivi che forniscono risorse e sono responsabili per il capitale fornito, i secondi invece sono responsabili illimitatamente per le decisioni prese e degli eventuali rapporti passivi contratti dal fondo.

È il gestore attivo del fondo l’attore che guida la direzione strategica che il veicolo di investimento deve intraprendere, allocando le risorse disponibili sulle diverse asset class in un’ottica di allineamento all’obiettivo di rischio-rendimento che il fondo si prefigge; quest’ultimo, è presente all’interno dell’Investment Memorandum ovvero il documento atto a comprendere l’operazione nella sua interezza.

Il gestore lavora a stretto contatto con l’agente di collocamento che in una fase iniziale di costituzione del medesimo, o anche successiva nel caso di fondo aperto, è intitolato nel compito di raccogliere le risorse su cui il fondo poi dovrà investire. Nel nostro caso specifico: nel credito alle imprese.

Raccolti i fondi, bisogna poi pensare agli impieghi degli stessi nella macrocategoria del credito. Il private credit prevede un’ampia categoria di canali non bancari per finanziare le imprese, pertanto, vi sono diverse soluzioni che devono essere strutturate in funzione del profilo e delle necessità del soggetto richiedente.

Structuring e Pricing del credito, una doverosa parentesi

Prima di citare le principali strategie di un fondo di private credit, vale la pena fare una parentesi sulla strutturazione ed il pricing del credito, poiché è da questo processo che ne scaturisce la strategia, elemento che a sua volta andrà a connotare il singolo fondo di riferimento e lo raggrupperà in alcune categorie definite con la tassonomia della strategia stessa, raggruppamento questo utile agli stessi potenziali interessati nel mondo dei lenders quali prestatori di capitale e futuri portatori di interessi di finanziamento.

In realtà, la strutturazione di un prodotto creditizio non pare essere un argomento esclusivo per il private credit ma bensì riguarda tutto il settore del credito che tange anche quello bancario tradizionale. Alla strutturazione di un prodotto, infatti, prescinde una fase di analisi e valutazione della controparte richiedente: ciò che in sostanza riguarda il dato connesso al borrower da recepire per via di una giusta mole di informazioni necessarie da ottenere per i decision maker e che si sostanzia come esplicazione in una vena concreta quanto operativa della logica delle 5C’s del credito.

Nel mondo anglosassone e non solo si studia infatti il tema della concessione del credito partendo dall’assunto che prima di concedere un finanziamento si debba fare un’attenta valutazione di cinque elementi fondamentali:

• storia, Reputazione e Management del soggetto richiedente (“Characters“),
• la sua abilità nell’essere solvente nel tempo (“Capacity“),
• il suo livello di indebitamento effettivo a parità di patrimonio netto in bilancio (“Capitale“),
• garanzie presenti (“Collateral“),
• settore di mercato di appartenenza per identificare anche eventuali fattori esogeni al richiedente (“Condition“).

Assodato che non è mai la qualità e la natura della garanzia che guida e legittima la concessione di un finanziamento quanto semmai deve essere il Business Plan con gli obiettivi che il soggetto finanziabile vuole raggiungere che fa la differenza per l’assenso o il diniego dell’erogazione, al variare di queste cinque variabili varierà anche il prodotto da offrire.

Poiché, come analizzato nei paragrafi precedenti, l’evoluzione delle normative prudenziali sui rischi, tra cui quello di credito, con l’avanzamento del capitolo Basilea assieme agli effetti applicativi del Calendar Provisioning attuano meccanismi più stringenti per ponderazione delle poste in bilancio, e questi di fatto incidono sugli accantonamenti prudenziali tanto quanto sulla valutazione e monitoraggio creditizio, è qui che si presenta la vera differenza:
• da un lato l’ente bancario classico propenderà per operazioni trasparenti di funding, magari garantite da ipoteca di primo grado su immobile residenziale (finanziamento di tipo “senior secured”) come investimento cautelativo per la banca ma soprattutto altamente standardizzato nei connotati tecnici, volto anche a tenere conto del capitale regolamentare da accantonare per un insieme di finanziamenti da erogare in una certa campagna promozionale per un pool atteso di tiraggi;
• da un altro, il fondo o l’ente finanziario diverso dalla banca che alla luce della documentazione raccolta e della due diligence tecnica svolta potrebbe spingersi ben oltre il classico finanziamento garantito, mediante diverse soluzioni più elaborate con incluse condizioni specifiche che il soggetto borrower potrebbe dover mantenere come nel caso specifico del rispetto pluriennale di appositi covenants o come alternativa nella richiesta speciale quanto personalizzata di diritti reali di garanzia da richiede su altri beni patrimoniali del prenditore di fondi.

La ragione principale che divide le due opzioni è sostanzialmente il rischio, declinabile a seconda delle specifiche di controparte e dell’operazione in sé, che al suo aumento vede crescere in modo direttamente proporzionale anche l’intero costo del finanziamento per il borrower come anche del capitale economico e prudenziale per il lender.

Lo si potrebbe osservare anche dal lato del dettaglio specifico della struttura di capitale erogato, poiché:

• il credito è in quanto tale un rapporto attivo per il soggetto lender prestatore, ma è al contempo specularmente un rapporto di “debito” passivo per il soggetto richiedente e perciò potrebbe vedersi il soggetto lender titolato a chiedere la remunerazione degli oneri finanziari degli interessi maturati nonché il capitale finanziato in via prioritaria rispetto ad altri soggetti creditori subordinati (caso del finanziamento senior secured o senior unsecured a seconda che vi sia o meno una garanzia aggredibile);
• aumentando il rischio, troviamo casistiche differenti e che al contempo prevedono un incremento sul costo dell’operazione, caratterizzate dalla presenza di un debito spesso definibile come “mezzanino” che potrebbe essere subordinato al pagamento di un’altra tranches di debito che il soggetto borrower già ha nei confronti di terzi (subordinated debt) oppure come anche il caso di altrettante operazioni strutturate di leverage finance che vedono il pagamento effettivo del corrispettivo al prestatore solo nel caso in cui il progetto finanziato riesca effettivamente a produrre quei flussi di cassa correlati all’operazione;
• infine, con il massimo rischio, sono anche possibili operazioni di investimento diretto nell’equity della società richiedente tipico dei soggetti “sponsor”, dove in questo caso il lenders passerebbe da uno status di finanziatore a uno di investitore, ciò possibile anche in via indiretta e correlata all’accadimento di futuri eventi previsti con prodotti come i convertibile bonds.

Nella scala dei rischi, cambiano anche le modalità di repayment:
• nel caso tipico del finanziamento senior sia secured che unsecured si adotta il classico schema “Amortizing” ovvero l’ammortamento costante del finanziamento nel corso del tempo che viene corrisposto dal borrower, a sua volta ravvisabile come:
Equal Payment Blended detto anche ammortamento alla francese con costanza nella rata ma un meccanismo inversamente proporzionale tra quota capitale e quota interessi – all’inizio del periodo d’ammortamento molto maggiori;
Reducing Equal Amortizing detto anche ammortamento all’italiana dove la rata è alta all’inizio, decresce nel tempo mentre per tutta la durata dell’operazione vede restare costante il controvalore della quota capitale.

Nota: la seconda delle due opzioni presenta un vantaggio in termini di oneri per interessi se valutazione fatta su tutta la durata del finanziamento anche se rovescio della medaglia sono i maggior costi iniziali per il borrower viste le rate iniziali più alte.

• All’aumento del rischio dovuto alla natura del debito subordinato e alla differente struttura configurabile, come per esempio casi di leverage finance dove i flussi di cassa di un progetto specifico – laddove prodotta cassa grazie al successo dell’operazione – riescono a ripagare gli oneri effettivi del finanziamento stesso con cui il progetto è partito, si potrebbero considerare due ulteriori modalità di repayment definite come “Baloon” o “Bullet”: entrambe prevedono una maturity entro la quale viene chiesto l’intero rimborso del capitale residuo, dove però nel caso “Baloon” casistica con profilo leggermente meno rischioso per il lender, entro la maturity vengono corrisposti sia il capitale che gli interessi sotto una logica amortizing, mentre nel secondo caso invece entro la maturity vengono versati solo gli interessi. Alla scadenza, il debito o viene ripagato in toto oppure rifinanziato comportando in entrambi casi rischi e oneri per il lender.
• Aggiungendo il massimo grado di rischio per il lender, vi è come struttura di repayment la modalità Pik ovvero il cosiddetto “Pay In Kind” in cui per tutta la durata del finanziamento non vengono corrisposti né capitale né interessi bensì questi ultimi si accumulano e devono essere liquidati alla maturity insieme al capitale prestato. Durante l’operazione in essere, il lender non viene pagato, un caso di applicazione simile concreto è quella della “vendor note”: un prestito che il venditore fa all’acquirente per fare in modo che quest’ultimo acquisti la stessa società del venditore. La ratio dell’utilizzo di questa struttura potrebbe essere che entrambe le parti condividono i rischi andamentali della società di cui entrambi fanno parte, nella fattispecie ipotetica in cui a comprare la società sia un pool di senior manager della medesima.

Visti i diversi tipi di struttura di capitale configurabile in base del rischio crescente con il contestuale tipo di repayment ad esso associato, per concludere, le banche devono svolgere anche e soprattutto delle attività di calcolo del rischio che possono riguardare sia il capitale regolamentare, così come previsto da normative prudenziali, sia il capitale economico per la stima statistica che si fa preventivamente sull’ipotetica perdita associata a tale operazione.

Tra i fattori impattanti, viene considerato il tipo di finanziamento in essere che a seconda della tipologia può prevedere un certo tipo crescente di perdita attesa (Loss given default), e un’analisi accurata di controparte la quale oltre a prevedere robusti modelli di rischio che considerano i financial ratio, i rapporti di copertura e quelli di liquidità della controparte richiedente, prendano in considerazione di quest’ultima anche analisi generali sul business che conduce la società richiedente, sul contesto industriale in cui ella è parte con un occhio di riguardo anche al management in termini di reputation e financial acumen.

Il tutto, al fine di determinare: la probabilità di default (crescente al crescere del rischio), la quota di capitale economico da accantonare a perdita prevista (che aumenterà al peggiorare del merito creditizo) ed infine il calcolo del premio che la banca può applicare al costo della sua provvista di liquidità (cost of funding) che crescerà al crescere del profilo di rischio. È così che, oltre a calcolare i rischi le banche in realtà fanno anche il pricing del credito.

Strategie del Private Credit

Essendo il Private Credit una modalità variegata di diverse possibilità di investimenti in “debito” delle controparti richiedenti, investimenti illiquidi che non sono quotati sui mercati regolamentati, esso si suddivide in diverse categorie:

1. In primis vi è il “direct lending” o anche definito come private debt: esso si sostanzia in attività di erogazione diretta alle imprese mediante fondi di private debt che comprano strumenti di debito, negoziati in modo privato e bilaterale tra debitore e fondo, con la possibilità di prestare liquidità in modo più celere e flessibile rispetto ad una banca tradizionale.

Nel dettaglio, il direct lending nei confronti delle SME (small medium enterprise) prevede flussi stabili, prevedibili e originati da finanziamenti di tipo senior secured per soluzioni tese alla crescita, alla ristrutturazione o per eventuali fusioni/acquisizioni che la società target dovesse necessitare di compiere. Sebbene l’investimento sia illiquido, il timing è il breve-medio periodo di circa 3-5 anni e alla società target viene di solito richiesto il rispetto di rigidi covenants sia economici che finanziari per tutta la durata del prestito. Essendo una strategia che tratta soluzioni di tipo senior secured, il fondo si posizionerebbe in cima alla struttura di capitale con ipoteche di primo grado sui beni immobili della società finanziata da escutere in casi di default. Anche per questa ragione, questa strategia per il lender è di medio-basso rischio.

2. Tutte le altre strategie di differente natura rispetto al direct lending/private debt, sono considerate nell’ombrello delle “opportunistiche” di rischio medio-alto, dalle quali la tassonomia di tali fondi è riconoscibile proprio come opportunistic funds.

I fondi con strategie opportunistic sono essenzialmente più rischiosi dei fondi di private debt in quanto ricercano maggiori rendimenti, fino al 12-15%, investendo però in asset di natura creditizia dal profilo ampiamente variegato spesso utilizzando strutture di finanziamenti altamente strutturati.

Tipologie di “Opportunistic funds”

In primo luogo, parliamo di fondi opportunistic dal punto di vista degli attori dell’offerta: vi sono fondi che operano “broadly syndicated loans” ossia prestiti di ingenti quantità che vengono sindacati da un insieme di investitori istituzionali che in via speciale si riuniscono e si accordano per una massa da erogare. Viene meno la bilateralità presente nel caso direct lending perché i fondi da erogare vengono accordati tramite un pool di grosse banche. Dal punto di vista del soggetto prenditore vi sono poi i “venture debt”, ovvero finanziamenti per startup e aziende che hanno un grosso potenziale per essere scalabili ma non hanno ancora solidi bilanci dove rappresentare flussi di cassa per ottenere il direct lending bancario tipico.

In secondo luogo, da un punto di vista della struttura di capitale, i fondi opportunistic che investono tipicamente in situazioni subordinate alla tipologia dei finanziamenti senior secured, trovano la loro ragione di esistere investendo in diverse soluzioni subordinate come:

• fondi di “Unitranche financing” che prevedono finanziamenti di tipo ibrido che combinano uno strumento di debito senior con uno subordinato, detto appunto mezzanino. Aumentando la rischiosità e scendendo nella scala del capital stack,
• fondi “Mezzanine financing” che investono sia in elementi di debito di tipo subordinato che nell’equity dell’azienda target con opzioni di conversione con il warrant ovvero il diritto di comprare azioni della società ad un prezzo prefissato.

Se guardassimo invece il merito creditizio della controparte da finanziare, qualora esso fosse caratterizzato da una situazione problematica, il fondo opportunistic è l’unico che può far partire il deal in quanto la finanza bancaria in questo ambito è sicuramente off limits. È per esempio il caso dei fondi di distressed debt detti “Special Situations” i quali prevedono come strategia di acquisire il debito di società in difficoltà, ad un prezzo conveniente, per ristrutturare l’azienda e poi rivenderne gli asset. Spesso vi è la presenza di clausole bond to equity per far in modo che il lender acquisisca lo status di portatore di capitale di rischio entrando di fatto in società con l’entità target.

Infine, dal punto di vista della collateralizzazione, vi sono i fondi che investono in alternative finance come “ABL (Asset-Based Lending)” definiti pure come Specialty Finance. Questa strategia prevede di erogare finanziamenti a certi tipi di imprese che concedono in garanzia alcuni specifici asset come macchinari produttivi, inventari, crediti commerciali. Il valore del collateral è ciò che in sostanza guida la valutazione del credito sottostante e che offre maggior protezione in tal senso al lender.

Tutte le suddette strategie sono sicuramente soluzioni complesse con crediti e sottostanti spesso affetti da market dislocation, e come tali, sono soggetti a situazioni di shock dei mercati a cui appartengono e che provocano forti fluttuazioni dei valori dei medesimi. Al di là delle varie declinazioni, la condizione di illiquidità risulta maggiore rispetto al direct lending poiché nonostante la management expertise richiesta in queste situazioni definibili spesso come “distressed”, spesso alla scadenza dei termini potrebbero essere necessarie ulteriori negoziazioni o proroghe ai termini, nonché futuri nuovi rinegoziazioni andando a rendere la maturity dell’intero deal potenzialmente incerta.

E da un punto di vista di Portfolio Management cosa converrebbe fare?

In un fondo di private credit variegato è possibile quanto opportuno includere sia una componente predominante caratterizzata da asset provenienti dal direct lending, sia prodotti più strutturati per soluzioni opportunistiche dove i primi in portafoglio potrebbero svolgere una funzione di caposaldo dell’intero portafoglio sia per una questione di rendimenti minimi ma altamente garantiti sia per una quasi certezza di maturity, mentre i secondi in una quota residuale del portafoglio – variabile a seconda del profilo di rischio rendimento – potrebbero fornire un plus tattico per arricchire la profittabilità media attesa del fondo e per sfruttare maggiormente quei periodi di stress economico che possa influire su alcuni sotto-settori economici e offrire ghiotte opportunità per l’acquisto di determinati asset in sconto.

Uno sguardo ai sentiment di mercato

Un settore in espansione

Provengono da una ricerca di market intelligence condotta da novembre 2024 a gennaio 2025 da S&P i sentiment di mercato riguardanti il mondo del Private Equity e del Venture Capital dove ad essere intervistati sono stati un pool di una dozzina di General e Limited Partners.

Viene riportato un ottimismo prevalente capitanato dai general partners del mondo del P.E. i quali vedendo a rialzo le prospettive di mercato palesano che il terzo/quarto tipo di strategia prevalente da perseguire è investire nel private credit. Nella medesima ricerca si riscontra che le risorse principali degli investimenti che le compagnie degli intervistati necessitano provengono dal network che costoro hanno costruito grazie alla brand reputation e tramite i rapporti in essere con le investments banks/società di brokeraggio ad essi connesse.

Il fundraising per mezzo di queste principali fonti, sia per il mondo del venture capital che del private equity, viene altresì stimato a rialzo in termini positivi nel 2025 rispetto al 2024. Circa il 34% degli esperti intervistati nel mondo private equity e del 40% del venture capital stima che il private credit sarà una delle modalità destinata a crescere notevolmente con le quali le aziende target chiederanno finanziamenti alternativi al classico prestito bancario sebbene non in via del tutto sostitutiva ad esso, e sarà fuor di ogni dubbio che le aziende target trarranno maggiori benefici nell’accedervi.

Se le aspettative dei general partners sono positive in merito all’utilizzo di questo meccanismo, i limited partners lo sono ancora di più citando che nel corso del 2025 la propria società di appartenenza avrà come obiettivo l’incremento per circa il 50% nell’asset class alternativa del private debt e private credit, insomma quest’ultima papabile come futura asset class con forte incremento di redditività prevista insieme al mondo venture capital e private equity.

Ma al di là delle varie possibilità sulla carta in funzione delle differenti prospettive di investimento, il fattore geografico può effettivamente fare la differenza?

Il Private Credit nel vecchio continente

Ulteriori conferme di un settore in crescita lo troviamo anche da un punto di vista geografico analizzando il private credit in Europa.

Il private credit nel vecchio continente sembrerebbe essere un’alternativa che sta colpendo gli interessi di molti analisti e che presenta potenziali interessanti quanto diversificabili opportunità in materia di nuovi investimenti. Il mercato europeo, infatti, diventa sempre più appetibile anche per gli investitori americani: lo afferma una ricerca condotta da “With Intelligence”, compagnia inglese attiva nel mondo del giornalismo economico e finanziario, la quale riporta un trend in fortissima crescita di fundraising adoperato grazie a fondi di private credit.

Solo nella prima metà del 2025 i fondi che hanno raccolto capitali destinati a questo tipo di iniziativa in Europa hanno raggiunto cifre che sfiorano i 40 mld di euro assorbendo quasi circa il 40% di tutto il mercato mondiale del private credit (solo un anno prima, in giugno 2024, non raggiungeva il 25%) e arrivando all’80% del livello di raccolta dell’intero target raggiunto nel 2024 con un significativo incremento anche rispetto gli anni pregressi. Da considerare che tra i 10 fondi più importanti nel 1h2025 che hanno raccolto capitali per il private credit, la metà sono fondi focalizzati su strategie di investimento in area euro.

Gli investitori americani stanno pertanto battendo la strada per una nuova tendenza a vantaggio del vecchio continente in parte a causa della situazione di incertezza politica che ha caratterizzato gli USA nella prima metà del 2025 e al contempo grazie alle attrattive dinamiche dei tassi accompagnate da un aumento considerevole di fondi disposti a investire in questi prodotti. Difatti, sia i gestori che gli agenti di collocamento americani sostengono che per gli allocatori dei fondi sta avvenendo un cambiamento strutturale in quanto sempre più capitali provenienti da canali di gestione del risparmio privato, fondi pensione e compagnie assicurative, stanno virando verso soluzioni di private credit di stampo europeo con un’ottica non straordinaria bensì strutturata per durare nel tempo.

Non è solo l’incertezza politica domestica USA a guidare il cambiamento ma anche un eccesso di efficienza di mercato dovuto a un pluriennale e fortissimo afflusso di capitali negli ultimi 15 anni dedicati al direct lending delle società americane da cui ne consegue una forte saturazione e una riduzione dei margini sugli interessi a causa dell’eccessiva offerta, ma non solo: c’è anche un tema di illiquidità in quanto alcuni fondi giganti nel loro livello di raccolta risulterebbero essere “non-traded BDC” (Non traded Business Development Companies) ovvero fondi chiusi con i relativi titoli sottostanti che non vengono scambiati sui mercati. Alla luce di queste considerazioni, in Europa la situazione risulta ben diversa, il private credit europeo risulterebbe essere un mercato allo stadio attuale non del tutto valorizzato in termini di big opportunities dove investire dal lato del lenders.

Non solo S&P o quotidiani inglesi di finanza sottolineano l’aspetto tangibile e promettente di questo settore ma anche Moody’s in occasione dell’evento “Understanding Private Credit: Moody’s View on European Market” organizzato da CFA Society Italy tenutosi in ottobre 2025 ha trattato la tematica dei fondi di private credit e private debt come attuale tendenza di mercato nell’Eurozona. Dopo la grossa crisi finanziaria nel mercato americano è il private credit nella forma del direct lending che copre circa il 50% dell’intero settore che ha forgiato massivamente la crescita del fundraising nel mercato domestico americano: ciò proprio in risposta alla crisi dei mutui sub-prime e toccando circa il 75% del modus operandi domestico in riferimento ai finanziamenti alle imprese.

In Europa, al contrario, fino ad oggi permane una situazione fortemente bancocentrica e la situazione si è dimostrata differente con un appetito al rischio assai minore rispetto al mercato simile americano da cui ne ha conseguito che la medesima crescita che c’è stata negli States nel vecchio continente non si è palesata.

D’altronde l’Europa è terra di opportunità per quei settori con potenziale su cui investire dove il settore pubblico non può concedere risorse illimitate e verso quei sottosettori rappresentati da SME inclini al potenziale di crescita da finanziare in modo più celere e da parte di più lenders che insieme possono raggiungere un livello di capitale finanziabile congruo alle esigenze e alle aspettative in termini di rischio-rendimento.

In una veste del tutto democratica, il borrower è libero di prendere in considerazione sia il direct lending bancario standard che forme alternative di finanziamento scegliendo così liberamente il lender di riferimento sia in funzione della fattibilità effettiva della richiesta ma anche in funzione degli effetti in bilancio dei debiti contratti con le controparti.

Il settore bancario, pertanto, si adegua a questa tendenza partecipando insieme al mondo dei fondi in operazioni di finanza strutturata in fondi di private equity e private credit facendo la sua parte ma perdendo probabilmente lo scettro del protagonista unico.

Conclusioni

Il mercato privato del credito, pertanto, si sostanzia di investimenti diretti e non quotati, con maggiore flessibilità in funzione della strategia adottata dal fondo, personalizzazione e potenziale di rendimento, ma con il rischio di maggior illiquidità e minor trasparenza.

È tuttavia da rammentare che il rovescio della medaglia di una situazione di finanziamenti che, come abbiamo visto, è in forte crescita verso le SME in Europa porta con sé dei dubbi in merito all’aumento contestuale del credit risk.

Per questa ragione la maggior parte del fundraising è concentrato su società di Asset Management dalle dimensioni enormi per la mitigazione dei rischi. Dal punto di vista della trasparenza, gli esperti restano critici sulla circolazione delle informazioni inerenti le potenziali opportunità su cui investire essendo le varie due diligence richieste su misura dei diretti lenders interessati al closing dell’operazione e non sempre poste a fattor comune tra tutti i potenziali investors.

Ci sono inoltre anche riserve sul tema della liquidità: come ricordato in precedenza per i non traded BDC, la presenza tra gli attori eroganti delle compagnie assicurative porterebbe il vantaggio di un buon bilanciamento in termini di Asset&Liability management in quanto le compagnie di insurance investirebbero in impieghi in medio-lungo periodo in perfetto allineamento con le scadenze delle polizze offerte che anch’esse presentano una maturity decisamente lunga nel tempo.

Tuttavia, non potrebbe dirsi lo stesso per gli altri operatori lenders che si vedrebbero impegnati in investimenti caratterizzati dalla forte illiquidità per il medio tempore eccezion fatta per i già menzionati Eltif 2.0.

Le critiche sono ragionevoli e lasciano spazio ad ulteriori considerazioni in merito alla prudenza, verso quegli stress test necessari non solo per i soggetti facenti parte del mondo del credito pubblico, il classico direct lending bancario, ma bensì anche per quegli organismi di investimento collettivo del risparmio attivi in Europa; ciò per comprendere al meglio e in modo preventivo come gestire un eventuale rischio di credito sistemico anche soprattutto nell’eventualità in cui il mercato del private credit in Europa dovesse crescere in modo così considerevole come avvenuto negli USA negli ultimi 15 anni e secondo le aspettative che trovano gli esperti aperti a tali possibilità.

“i contenuti sono riferibili unicamente all’autore ed esprimono la sua personale opinione  al  26/11/2025, non costituiscono alcuna raccomandazione d’investimento e non impegnano le società e istituzioni di appartenenza”

*Senior Analyst – Debt Capital Markets

FONTI

https://www.withintelligence.com/insights/private-credit-european-credit-fundraising-skyrockets-in-h1/?utm_source=chatgpt.com

https://www.we-wealth.com/content/private-credit-101-cose-perche-interessante-per-investitori

https://pages.marketintelligence.spglobal.com/rs/565-BDO100/images/SPGlobal_PEVC_OutlookReport2025.pdf?version=0

https://www.eba.europa.eu/publications-and-media/press-releases/eba-publishes-results-its-2025-eu-wide-stress-test?utm_source=chatgpt.com

https://www.spglobal.com/ratings/en/regulatory/article/250218-systemic-risk-private-credit-s-characteristics-can-both-exacerbate-and-mitigate-challenges-amid-market-evolu-s13414877

https://cfasi.it/en/Events/EventDetails/-understanding-private-credit–moody-s-view-on-european-market_20250908083155

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