Normative sul settore bancario

0004 - La Formazione Assicurativa in Banca

A cura di CLEMENTE ROSARIO GIOVANNI

Uno dei temi di maggior rilievo nel settore bancario è dato dalla formazione. Come processo di apprendimento umano e professionale, la formazione rappresenta per chi la eroga e per chi ne usufruisce un momento di acquisizione di conoscenze e competenze che eleva in termini metodologici, operativi e culturali tutta l’organizzazione aziendale.

Le Banche in questi ultimi anni, grazie ai processi riorganizzativi causati da fusioni, acquisizioni, integrazioni e riconversione del personale, hanno fatto della formazione Aziendale un obiettivo strategico fondamentale.

Infatti, come espresso con l’articolo del Sole 24 Ore di Cristina Casa dell’01.11.2016, tra il 2008 ed il 2016 sono stati investiti ben 1,1 miliardi in formazione per 1,4 milioni di impiegati di Banche e delle Assicurazioni.

Di particolare rilevanza è il settore inerente alle offerte di prodotti e servizi assicurativi da parte delle Banche, che ha richiesto una specifica formazione dei dipendenti, ovvero la "Formazione Assicurativa in Banca". Cercherò in questa breve trattazione di illustrarne le caratteristiche principali rispondendo alle seguenti domande: come viene erogata e pianificata e quali sono i contenuti e le metodologie utilizzate?

La Formazione Assicurativa in Banca è la capacità di erogare attraverso dei corsi, concetti e contenuti finalizzati allo sviluppo di conoscenze e competenze tecniche, giuridiche, commerciali sui prodotti assicurativi, distinti per ramo Danni e Vita.

 

Dal 2014 la formazione è obbligatoria per legge in base al Regolamento IVASS n. 6/2014. Sussiste, infatti, il vincolo di aggiornamento professionale biennale per gli intermediari assicurativi pari a 60 ore. Dal 1° ottobre 2018, con le novità introdotte dalla Direttiva "Insurance Distribution Directive", la qualificazione e la specializzazione della rete commerciale è diventata una priorità.

Inoltre, la Direttiva UE n. 2016/97 relativa alla distribuzione assicurativa, che modifica la precedente Direttiva n. 2002/92 sulla intermediazione assicurativa, si rivolge non solo agli Intermediari Assicurativi ma a tutti i soggetti che distribuiscono prodotti assicurativi quali: agenti, mediatori, operatori di banca e assicurazione, società assicurative.

Nella definizione di distribuzione assicurativa viene inclusa, oltre alla vendita diretta di prodotti assicurativi da parte dalle compagnie, anche l'attività di comparazione tramite internet, qualora il sito consenta al cliente di stipulare direttamente o indirettamente contratti di assicurazione. Tali attività devono essere svolte in base requisiti di professionalità e trasparenza previsti dalla stessa normativa.

 

La Banca nel rispetto della normativa IVASS, utilizza diverse metodologie formative per i dipendenti che lavorano all’interno della sua Rete Commerciale. Nella fase iniziale generalmente il personale viene coinvolto in un Corso Base Assicurativo (Ivass di Base), della durata di circa una settimana. Alla fine del corso  ai partecipanti, previa verifica di un test, viene rilasciata una certificazione a seguito dell'emissione delle polizze.

Successivamente, per il mantenimento e l’aggiornamento professionale, vengono pianificati dei corsi che possono essere effettuati in aula oppure tramite piattaforme e-learning, al fine di integrare le conoscenze già acquisite. In particolare per ciò che riguarda le diverse tipologie di prodotti da collocare, vengono analizzate  le diverse modalità per l'acquisizione dei contratti, unitamente alle prassi utilizzate nelle fasi del post-vendita da parte della Compagnia di Assicurazioni collegata alla banca.

 

La formazione assicurativa in banca è di tipo modulare. La durata è di una o più giornate. Il coordinamento, la pianificazione e la realizzazione dei corsi assicurativi in banca, coinvolge diverse Funzioni e Direzioni, come: Bancassurance, Marketing, Commerciale, Personale, Formazione.

 

La formazione assicurativa abbraccia tre grandi aree: Culturale, Specialistica, Operativa:

La formazione culturale: comprende quelle conoscenze di base assicurative necessarie all'attività professionale, per la consulenza e la vendita dei prodotti.

La formazione operativa: si ferisce a tutte quelle modalità operative e conoscitive – le c.d. “Skill Professionali” – di un vero e proprio consulente bancassicurativo. Ad esempio, le metodologie di offerta e di vendita dei prodotti e la protezione e la tutela per gli stessi consumatori.

La formazione specialistica: si riferisce ad una serie di conoscenze più specialistiche del settore assicurativo (prodotti retail e per le imprese, sviluppo e gestione del portafoglio clientela, fase assuntiva dei contratti, sinistri) a seconda dello specifico ruolo che il consulente andrà a coprire.

 

Dunque, chi progetta e realizza un corso di formazione assicurativa in un contesto bancario deve avere come finalità l’integrazione culturale ovvero l’unificazione di due tipologie di esperienze molto diverse tra loro (bancaria e assicurativa); si deve pertanto orientare al conseguimento di:

Efficaci livelli di conoscenze teoriche.

Adeguate capacità e competenze operative.

Opportune comunicazioni alla clientela.

I consulenti così formati dovranno, quindi, aver acquisito una elevata consapevolezza del “valore dei servizi” da offrire alla clientela, inteso come: garanzia, sicurezza, certezza, tutela economica sia per la banca che per la stessa clientela. Se il valore dei servizi è condiviso ed accettato, allora rappresenterà un valore competitivo straordinario.

 

Riguardo le modalità di gestione ed erogazione dei contenuti, queste possono essere suddivise in due tipologie: 

1)                 Le modalità Formative Comportamentali, che consistono nello sviluppo delle conoscenze e delle competenze dei partecipanti attraverso l’operatività e le prassi utilizzate, cioè in base ad un approccio meramente pratico.

Ad esempio, con apposite postazioni di lavoro in aula, si affianca il personale in una trattativa commerciale simulata col cliente, si prova ad emettere la polizza e si analizzano le relative tematiche commerciali in esse contenute.

2)                 Le modalità Formative “Gestaltiste” (Conformi  dalla Teoria psicologica di "Gestalt" o della forma, che induce ad assegnare un'opportuna forma e percezione cognitiva della situazione considerando il contesto complessivo). Nel contesto in questione tale modalità formativa ha la finalità di coinvolgere appieno il partecipante affinché  possa e voglia diventare un vero  consulente di  banca-assicurazione considerando la situazione nel suo insieme.

Il consulente in questo modo, oltre ad essere opportunamente autorizzato al collocamento delle polizze anche al di fuori della propria sede in quanto iscritto al Albo R.U.I. dell’IVASS, potrà sentirsi opportunamente coinvolto sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista "empatico".

 

Dunque, un corso di formazione commerciale sui prodotti assicurativi che possa dirsi efficiente non può prescindere dall’utilizzo di entrambi gli approcci metodologi pocanzi illustrati.

E’ da rilevare, tuttavia, che le banche nel corso degli ultimi decenni si sono concentrate  prevalentemente sull’offerta di prodotti Ramo Vita e sui prodotti di natura finanziari (unit linked, index linked). In realtà, rimane molto da fare in termini formativi per ciò che riguarda i prodotti Previdenziali, quelli di Protezione, Ramo Danni.

 

I corsi di formazione assicurativa non possono inoltre prescindere dall’analisi dei bisogni formativi e dalle esperienze maturate dai partecipanti, che in quanto consulenti di banca hanno certamente un tipo professionalità differente rispetto a quelle dei Broker, dei Consulenti e degli stessi Agenti Assicurativi.

La formazione aziendale costituisce altresì una forma di apprendimento umano  specificatamente indirizzata agli adulti. Chi si occupa di formazione, dunque, sa bene che l’efficacia di un corso è data anche dalla motivazione all’apprendimento da parte di ciascun partecipante e dal riscontro dei contenuti appresi con la realtà operativa quotidiana. Quindi un docente deve intuire tali variabili e  saper stimolare la curiosità professionale dei partecipanti.

Naturalmente se il servizio assicurativo sarà in grado di garantire completezza della gamma prodotti, semplicità di vendita ed un’efficace gestione dei sinistri, allora i partecipanti al corso avvertiranno il bisogno e l’interesse della conoscenza, dell’approfondimento e dell’utilità del prodotto.

In conclusione, la formazione assicurativa in Banca dovrà essere conforme al: "andragogia" (disciplina relativa all’apprendimento degli adulti), i nuovi orientamenti nei confronti dei mercati, scelte strategiche delle banche, necessità di nuovi servizi da parte della clientela e quindi non da ultimo dalla predisposizione di una  Nuova Cultura Bancaria.

 



0005 - Bancassicurazione e Bcc: un connubio per maggiori ricavi

Salvatore Carrano

Tendere all’”one stop shopping” per i prodotti offerti dalle banche, è un obiettivo che andrebbe perseguito per aumentare la redditività degli istituti di credito. E l’utilizzo di un solo luogo per soddisfare le esigenze finanziarie e assicurative arricchirebbe l’offerta delle banche aumentando il gradimento dell’utenza. La Bancassicurazione promette di offrire ai clienti servizi bancari e assicurativi in un solo punto. Ci si può recare in un’agenzia per l’acquisto di una polizza assicurativa e aver bisogno di un finanziamento di banca per pagarne il premio. Così come ci si può recare in banca per la gestione dei risparmi e aver bisogno di una copertura assicurativa a protezione del capitale investito. I vantaggi per l’utente sono evidenti e sono quantificabili nel risparmio sui costi dell’operazione e sui tempi derivanti dall’utilizzo di un unico fornitore. Con la Bancassicurazione i ruoli si intrecciano in quanto una compagnia assicurativa non garantisce più la sola gestione e copertura dei rischi, ma si occupa anche della gestione del risparmio e una banca, oltre a gestire i capitali dei risparmiatori, offre anche una copertura assicurativa contro i rischi dell’investimento.

Nata in Francia negli anni 80 con lo scopo di introdurre la sottoscrizione di polizze assicurative direttamente agli sportelli bancari, la Bancassicurazione (Bancassurance) aprì le porte a un nuovo canale distributivo che consentiva di sfruttare il profilo del cliente per la collocazione di prodotti assicurativi personalizzati. In Francia il nuovo soggetto finanziario raccolse dal suo primo apparire il consenso degli utenti anche grazie a una normativa che da subito ne favorì lo sviluppo.

Negli anni 80, in Italia, l’allora normativa vigente non consentiva alle banche la collocazione di prodotti assicurativi e una spinta al nuovo canale distributivo arrivò solo con la legge Amato del 90 che permise agli istituti di credito di detenere partecipazioni delle compagnie assicurative. E, nonostante i tentennamenti organizzativi iniziali delle banche nella scelta dei prodotti da offrire e nella formazione del personale, la Bancassicurazione oggi può vantare in Italia, almeno nel ramo vita, quote distributive maggiori dei promotori finanziari e degli agenti messi insieme.

Francia, Spagna e Portogallo collocano ormai oltre il 60% dei prodotti assicurativi del ramo vita con la Bancassicurazione. In Germania e nei paesi del Nord Europa la percentuale scende al di sotto del 50% e in Gran Bretagna e negli Stati Uniti la Bancassicurazione distribuisce appena il 10% dei prodotti assicurativi. La causa del mancato sviluppo della Bancassicurazione in Inghilterra e negli USA viene attribuita alla minor frequenza con la quale l’utenza dei due Paesi è solita recarsi in banca di persona. Questa spiegazione sembrerebbe non trovare riscontro in Italia dove le banche che vantano maggiori presenze allo sportello fanno registrare una quota più bassa nella distribuzione di prodotti assicurativi. È il caso delle Bcc, che pur operando con un rapporto fiduciario e di conoscenza diretta del cliente, non hanno raggiunto una posizione di vetta nella collocazione dei prodotti assicurativi. Eppure le Banche cooperative, essendo più vicine al territorio e più a stretto contatto con la clientela dovrebbero primeggiare nella distribuzione di prodotti assicurativi, non solo nel ramo vita, ma anche nel ramo danni più diffuso e meno complesso come quello delle auto. Sicuramente le modeste dimensioni delle Bcc consentono di stringere accordi non proprio convenientissimi con le compagnie assicurative, ma probabilmente, anche l’aver poco investito nella formazione dei propri dipendenti e la mancata assunzione di nuovo personale specializzato nel campo delle assicurazioni, hanno pregiudicato, ancor di più che gli accordi, il successo e lo sviluppo della Bancassicurazione all’interno delle Bcc.

Le banche di grandi dimensioni, che hanno potuto avvantaggiarsi di apposite polizze ad alto contenuto finanziario “Index Linked e unit-linked” appositamente confezionate dalle compagnie assicurative per essere collocate tramite canale bancario, hanno accelerato la crescita del ramo vita portandolo addirittura a superare il ramo danni auto.

Con la riforma del credito cooperativo, che prevede l’accorpamento dei circa 300 istituti di credito in due grossi gruppi bancari, le Bcc acquisteranno forza contrattuale con le compagnie assicurative e, di conseguenza, il mancato sviluppo della Bancassicurazione potrà essere imputabile unicamente alla capacità distributiva del personale utilizzato.

La vendita dei prodotti assicurativi riservata ai soli agenti in Italia e in gran parte dell’Europa è comunque ormai superata e, pur con diverse percentuali, spesso anche con differenze rilevanti, le banche arrivano a collocare la maggior parte dei prodotti, almeno quelli del ramo vita, utilizzando gli sportelli bancari. Non è un caso, infatti, che tra le prime dieci compagnie per raccolta premi nel ramo vita figurino sette gruppi bancari. E le Bcc non possono “stare a guardare”. Se vogliono conservare sportelli e personale evitando la chiusura di filiali improduttive, le Banche cooperative devono aumentare i ricavi puntando non solo sulle già troppo spremute tradizionali operazioni bancarie, ma giovarsi della distribuzione di nuovi prodotti, tra i quali principalmente polizze assicurative nel ramo vita, danni e previdenza integrativa.

09/10/2018



0006 - Va bene comprare ICO, ma conviene ricordarsi di non investire più di quanto non si è disposti a perdere

Salvatore Carrano

Se la regola di non investire più di quanto non si è disposti a perdere rientra nel profilo di rischio di un investitore, allora le ICO potrebbero sicuramente far parte del suo portafoglio. È bene, però, che l’elevato profilo di rischio venga accompagnato da un’adeguata conoscenza sull’acquisto, la conservazione e lo scambio di  criptovalute perché, quasi sempre, l’Initial Coin Offering, avviene con l’utilizzo di valuta digitale (Bitcoin ed Ethereum principalmente). Le ICO sono l’equivalente delle IPO nei mercati regolamentati con una sostanziale differenza che la regolamentazione per l’emissione  per le prime è pressoché inesistente. E, difatti, mentre le IPO sono regolamentate da rigide disposizioni in materia di informazioni e trasparenza rivolta ai destinatari dell’offerta che hanno a disposizione un prospetto informativo completo, dettagliato e redatto su uno schema ufficiale approvato dall’ente nazionale di vigilanza e controllo sulle attività di borsa, le ICO si comprano, in pratica, a scatola chiusa. Le offerte iniziali di monete sono nuove forme di finanziamento che le società emittenti richiedono per avviare la propria attività d’impresa (generalmente una start up innovativa), ma le ICO possono anche riguardare il lancio di una nuova criptomoneta che viene offerta ai sottoscrittori a un prezzo iniziale di solito bassissimo, con la speranza che il mercato e l’andamento delle vendite possano farne lievitare il valore e consentire un ricavo per l’investitore. La nascita delle ICO è attribuita a J.R. Willett, un giovane ingegnere di Seattle, appassionato della tecnologia Bitcoin che nel 2012 pubblicò il white paper  ““The Second Bitcoin White Paper” e l’anno successivo lanciò la prima ICO (Mastercoin).

La società che intende lanciare una ICO elenca in un documento, chiamato white paper, le finalità del progetto, quale denaro è accettato, l’importo minimo necessario  alla partecipazione, la durata della fase di raccolta, quali token saranno distribuiti e quanti di questi token la società emittente decide di tenere per sé. Il sottoscrittore basandosi su questo documento che di solito non abbonda di informazioni e quasi mai risulta dettagliato sugli obiettivi che l’impresa si prefigge, decide sulla convenienza dell’investimento. Appare evidente che, essendo il white paper una semplice illustrazione di un’idea spesso approssimativa, sommaria e non sempre convincente, l’investitore è esposto a rischi elevatissimi che potrebbero comportare la perdita dell’intero capitale investito. Inoltre, la dubbia credibilità delle stesse società che lanciano le ICO, registrate non di rado in paesi classificati come paradisi fiscali (e, quindi, difficili da rintracciare in caso  scomparsa improvvisa senza restituzione delle somme raccolte), unitamente agli attacchi informatici che talvolta trafugano il controvalore dei token venduti dalle società emittenti, espongono i sottoscrittori a ulteriori ed enormi rischi oltre a quelli legati alla fattibilità del progetto.

Eppure, nonostante gli elevati fattori di rischio che le ICO mostrano di possedere come investimento, la raccolta fondi tramite questa innovativa modalità non sembra arrestarsi. Le motivazioni, probabilmente, sono da imputare all’attuale trend laterale della quotazione delle criptovalute che non genera apprezzamenti di valore soddisfacenti per i loro possessori e a un fatto emotivo legato alla personalità degli investitori in criptomonete che, abituati a considerevoli crescite di valore del proprio capitale ottenuto in poco tempo, anche volendo essere cauti e misurati, difficilmente rinunciano a investire, seppure una minima parte del loro portafoglio, in attività che promettono guadagni considerevoli.

Al momento della sottoscrizione gli investitori possono ricevere dalla società emittente security token oppure utility token. I primi sono strumenti finanziari, assimilabili alle azioni che conferiscono ai sottoscrittori quote di capitale sociale e, pertanto,  il rendimento dell’investimento rientra tra il capitale di rischio condizionato dal risultato economico dell’impresa. Gli utility token offono ai sottoscrittori la possibilità di usufruire dei servizi offerti dall’impresa a un costo vantaggioso oppure la società emittente garantisce ai possessori la possibilità di acquistare i  beni  o servizi prodotti dall’impresa a un prezzo di favore rispetto agli acquirenti ordinari.

Chi volesse dedicarsi all’investimento in ICO dovrebbe prima di tutto depositare su di un wallet, che non sia del tipo “paper wallet”, le criptovalute necessarie all’acquisto dei token e successivamente dovrebbe dedicarsi pazientemente alla ricerca di informazioni sulle ICO già nate e su di quelle che stanno per nascere utilizzando siti come Coinschedule, Ico Alert, Ico Bench o altri ancora. Su queste piattaforme è anche possibile conoscere tempi di scadenza e percentuale di raccolta che aiutano a decidere sulla fattibilità dell’investimento.

Se diverse ICO sono risultate truffaldine o non sono riuscite a raccogliere i fondi necessari per iniziare la loro attività, non mancano, comunque, esempi di ICO che hanno avuto successo e tra le principali di queste ultime vanno ricordate (citandone solo alcune) Ripple, Ethereum e Lisk tra le criptomonete, mentre tra le ICO token sicuramente meritano una menzione Golem, Augur, Melonport.

Investire nelle ICO comporta rischi elevati e si hanno poche certezze di profitti anche quando il progetto dovesse risultare realistico, interessante e innovativo. Potrebbe, infatti, capitare che il mercato premi un progetto ugualmente valido ma concorrente oppure  l’idea non riesca nemmeno a realizzarsi per un processo di obsolescenza veloce. Le ICO, oltretutto, offrono poche garanzie e non consentono di individuare in esse quegli  elementi che ne assicurano il successo; l’effetto sorpresa, nel bene o nel male, è insito nel tipo di investimento. Eppure alcuni progetti rivoluzionari sono decollati proprio attraverso questa forma di raccolta fondi e questi buoni esempi, comunque, non sono destinati a rimanere isolati.

30/05/2018



0007 - LA RAFFORZATA VERIFICA NEI CONFRONTI DEI CORRISPONDENTI ESTERI NON APPARTENENTI ALL’UNIONE EUROPEA

 

Massimo Ferracci

Gli intermediari devono applicare misure rafforzate di adeguata verifica nei confronti degli enti creditizi e finanziari insediati in Stati extracomunitari diversi dai paesi terzi equivalenti, quando questi ultimi instaurano rapporti continuativi costituiti da conti correnti di corrispondenza ovvero conti di passaggio.

La normativa definisce:

·        Conti Correnti di corrispondenza i conti tenuti dalle banche, tradizionalmente su base bilaterale, per il regolamento dei servizi interbancari (rimesse di effetti, assegni circolari e Bancari, ordini di versamento, giri di fondi, rimesse documentate e altre operazioni);

·        Conti di passaggio i rapporti Bancari di corrispondenza transfrontalieri, intrattenuti tra intermediari finanziari, utilizzati per effettuare operazioni in nome proprio e per conto della Clientela.

Inoltre, per i Conti Correnti di corrispondenza e i conti di passaggio di Stati extra-comunitari diversi da paesi terzi equivalenti vi è l’obbligo di attivare idonee misure rafforzate di adeguata verifica che prevedono almeno:

·        l’acquisizione di informazioni idonee ad individuare gli assetti proprietari del Corrispondente Estero e la qualità del regime di vigilanza e dei controlli in materia di contrasto al riciclaggio e al terrorismo cui il Corrispondente Estero è soggetto;

·        l’acquisizione presso il Corrispondente Estero di informazioni sufficienti a comprendere pienamente la natura delle attività svolte, anche con riferimento ai servizi prestati ai propri clienti in relazione ai quali vengono utilizzati il conto o i conti accesi presso la Banca;

·        la raccolta di informazioni per determinare, sulla base di pubblici registri, elenchi, atti e documenti conoscibili da chiunque, la sua reputazione e la qualità della vigilanza cui è soggetto;

·        la sicurezza, anche con verifiche a campione, che il Corrispondente Estero abbia verificato l’identită dei clienti che hanno un accesso diretto ai conti di passaggio, che abbia costantemente assolto gli obblighi di adeguata verifica della Clientela e che, su richiesta, possa fornire alla Banca i dati del cliente e del titolare effettivo ottenuti a seguito dell’assolvimento di tali obblighi; va acquisita una espressa dichiarazione circa l’inesistenza di impedimenti normativi o contrattuali in merito alla tempestiva trasmissione delle informazioni richieste;

·        l’autorizzazione della Direzione per l’apertura di ciascun conto corrente di corrispondenza;

·        la definizione in forma scritta dei termini dell’accordo con il Corrispondente Estero e i rispettivi obblighi.

Le misure rafforzate sopra indicate devono essere applicate ai rapporti assimilabili ai conti correnti di corrispondenza o conti di passaggio. È vietato aprire o mantenere anche indirettamente conti di corrispondenza con una Banca di comodo, cosiddette shell banks (per Banca di comodo si intende una Banca o un ente che svolge attività equivalenti, costituita in un Paese in cui non ha alcuna presenza fisica, che consenta di esercitare una direzione e una gestione effettiva e che non sia collegata ad alcun gruppo finanziario regolamentato) facendo inoltre attenzione che il Corrispondente Estero sia soggetto vigilato dalla propria Banca Centrale di riferimento in quanto sono assoggettati a particolare cautela i rapporti accesi ad appartenenti al cosiddetto “sistema bancario ombra”. Nel caso in cui il Corrispondente extra-comunitario presenti alla Banca richiesta di conversione di banconote denominate in una o più valute il cui corso legale sia cessato, la Banca deve acquisire informazioni sul soggetto per conto del quale il Corrispondente ha presentato la richiesta. Al fine di fornire un sostegno costante ai controlli sulle attività di riciclaggio in relazione alle attività di correspondent banking, le banche italiane devono attivare una serie di analisi sistemiche e di best practice, così sintetizzate:

a)                Le caratteristiche e le attività del correspondent banking.

Il correspondent banking è un’attività caratterizzata da volumi elevati e tempi ridottissimi, la quale comporta importanti flussi di denaro fra un elevato numero di istituti finanziari. In molti casi, nessuna delle singole parti coinvolte dispone di una visione d’insieme completa sull’intero flusso di transazioni. La Banca effettua le transazioni avviate dal proprio corrispondente per conto di controparti con le quali la Banca stessa non intrattiene rapporti diretti, che non sono suoi clienti e per le quali di conseguenza non ha condotto una due diligence. Tali caratteristiche possono rendere i conti della banca corrispondente vulnerabili a potenziali attività illecite da parte di riciclatori di denaro, con una notevole difficoltà per la Banca nella prevenzione e nell’individuazione di tali attività illegali~. Nei rapporti con i corrispondenti iraniani, la Banca agisce effettivamente come agente della propria banca corrispondente, eseguendo e/o effettuando pagamenti e altre transazioni per conto della banca corrispondente su disposizione dei propri clienti. Tali clienti possono essere persone fisiche, persone giuridiche o addirittura altri istituti finanziari, mentre i beneficiari delle transazioni sono clienti di banche italiane. La Banca non ha rapporti diretti con le parti sottostanti alle transazioni che transitano attraverso di essa e, in tali casi, potrebbe non essere nella posizione di verificare l'identità o comprendere appieno la natura di una specifica transazione, soprattutto nell’ambito dell’elaborazione dei pagamenti elettronici (trasferimenti di denaro). Affinché la Banca possa adeguatamente preservare il rischio di riciclaggio, è necessario che ogni banca corrispondente sia in grado di condurre un'adeguata due diligence sui propri clienti e sulle loro transazioni in ottemperanza alle leggi e alle disposizioni normative vigenti, tenendo in considerazione ove opportuno tutti gli standard internazionali rilevanti. Tale due diligence deve essere effettuata dai corrispondenti che intrattengono un rapporto diretto con i clienti, poiché si trovano nella posizione migliore per conoscere i propri clienti e sono tenuti a gestire un adeguato sistema interno di controllo volto a contenere i potenziali rischi di riciclaggio di denaro. La Banca adotta un approccio basato sul rischio, svolgendo una due diligence approfondita sui corrispondenti considerati a maggior rischio. In taluni casi, pur senza avviare alcun rapporto diretto con i clienti, per la Banca può tuttavia essere ancora necessario richiedere o ricevere dalla banca corrispondente informazioni in merito a uno o più clienti del corrispondente stesso, ivi inclusi altri istituti finanziari che siano suoi clienti (anche se il trasferimento di informazioni può essere soggetto a leggi o disposizioni normative tali da impedire alla banca corrispondente di fornire informazioni all’istituto).

La Banca applica i seguenti vincolanti divieti di intrattenere:

·        rapporti con banche schermo (c.d. “shell banks”) La Banca è tenuta ad adottare tutte le misure per accertarsi di non collaborare deliberatamente e consapevolmente con istituti finanziari i quali a loro volta operano con shell banks;

·        rapporti con istituti finanziari non bancari privi di licenza e/o non regolamentati quali servizi di rimesse, exchange houses, casas de cambio, bureau de change e agenti di trasferimento di denaro, ovvero persone fisiche o giuridiche che operano effettivamente in tale funzione;

·        relazioni con banche corrispondenti per le quali la conduzione della due diligence abbia evidenziato incertezze significative che non possono essere risolte;

·        oppure relazioni in cui i controlli antiriciclaggio della banca corrispondente risultino inadeguati e/o insufficienti, senza che il corrispondente rassicuri l'istituto circa l'adozione delle necessarie misure di rimedio.

b) La metodologia dell’approccio basato sul rischio.

Ogni relazione con banche corrispondenti deve essere sottoposta a revisione nel proprio merito, e gli istituti possono generalmente attendersi che i diversi Paesi implementino le necessarie leggi antiriciclaggio e che i corrispondenti siano quindi soggetti a un’adeguata regolamentazione e supervisione (assenza di informazioni attestanti il contrario da parte di fonti credibili). Nell’analisi del rapporto di correspondent banking, è necessario considerare fattori tali da comportare elevati rischi di riciclaggio di denaro, individualmente, in combinazione o più solitamente nel loro complesso. Tali fattori sono stati individuati con riferimento al Rischio Paese e al Rischio Controparte, i due criteri che rappresentano il fulcro attorno al quale sono imperniati i rischi di riciclaggio per la Banca. Il rischio Paese relativo alla banca corrispondente deve essere valutato al fine di determinare l’eventuale presenza di un potenziale di riciclaggio di denaro conseguentemente a fattori correlati a un determinato Paese. I fattori che possono portare a stabilire che un Paese comporta un rischio più elevato di riciclaggio di denaro comprendono:

·        il fatto che il Paese sia soggetto a sanzioni, embargo o misure analoghe decretate ad esempio da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, o comunque laddove trovino applicazione leggi nazionali;

·        il fatto che il Paese presenti un elevato livello di corruzione o altre attività criminali o risulti politicamente instabile secondo quanto stabilito da fonti attendibili;

·        il fatto che il Paese non sia dotato di adeguate leggi e disposizioni normative antiriciclaggio, o le leggi e le disposizioni vigenti siano implementate in modo insufficiente o inappropriato secondo quanto stabilito da fonti attendibili.

 I fattori inerenti al rischio Controparte sono correlati o all’organizzazione e alla struttura della banca corrispondente, o alla natura e alla finalità delle sue attività operative. I fattori considerabili che possono comportare un rischio più elevato di riciclaggio di denaro comprendono il fatto che la banca corrispondente sia:

·        un corrispondente di tipo offshore;

·        un corrispondente caratterizzato da un coinvolgimento materiale con soggetti PEPs;

·        una banca corrispondente che non è di proprietà statale o ad azionariato diffuso (o parte di un gruppo di aziende di proprietà statale o ad azionariato diffuso), sebbene la natura e la portata della proprietà statale o le condizioni in base alle quali la banca corrispondente è quotata e scambiata su una borsa valori regolamentata possano essere considerati altrettanto rilevanti;

·        un soggetto che offre ai propri clienti servizi di banca corrispondente a rischio più elevato;

·        una banca centrale o un’organizzazione sopranazionale che opera su prodotti e servizi diversi da quelli previsti nell’ambito delle sue attivită primarie;

·        istituti finanziari non bancari regolamentati e dotati di regolare licenza quali servizi di rimesse, exchange houses, casas de cambio, bureau de change e agenti di trasferimento di denaro.

La Banca utilizza i criteri sopra riportati (che tuttavia non hanno la pretesa di essere esaustivi) per mettere a punto il proprio modello finalizzato all’identificazione di corrispondenti a rischio più elevato, applicando così adeguate soluzioni di due diligence, approvazione, monitoraggio e verifica. La Banca documenta adeguatamente le metodologie adottate e i controlli attuati. Per lo scambio di una chiave SWIFT si precisa che la Banca esegue una due diligence di livello adeguato ogni qualvolta vengono scambiate o si intendono scambiare informazioni relative a pagamenti. Quando invece è previsto soltanto uno scambio di informazioni non relative a pagamenti, la due diligence sulla banca estera risulta sostanzialmente superflua.

c) Il processo KYC del rischio di riciclaggio

La Banca adotta un corpo di direttive e procedure atte ad agevolare l’individuazione di attività insolite o sospette, segnalandole alle autorità competenti come previsto dalle leggi vigenti. La Banca, inoltre, attua processi appropriati tali da consentire l’individuazione di attività insolite e d modelli anomali di attività o transazioni. Poiché non sempre le transazioni insolite o modelli anomali di attività sono effettivamente sospetti, la Banca deve valutare con cura l’apertura dei rapporti di corrispondenza e determinare se le attività, i modelli e le transazioni siano sospette in termini di potenziale riciclaggio di denaro.

Attività, modelli e transazioni sospette sono segnalate alle autorità competenti in conformità a leggi, disposizioni normative vigente.

Le misure di rafforzata verifica adottate dalla Banca nell’ambito del processo KYC consistono nella conduzione della due diligence, ossia la raccolta di sufficienti informazioni su una banca corrispondente al fine di capire la natura delle sue attività, determinandone la reputazione e la qualità delle attività di vigilanza sulla base di informazioni pubbliche e di immediata disponibilità. 

Nella misura in cui tali informazioni siano disponibili, l’attività di raccolta d’ informazioni deve accertare in particolare se la banca corrispondente sia stata soggetta a investigazioni in materia di riciclaggio di denaro o di finanziamento al terrorismo oppure se sia stata sottoposta ad azioni disciplinari. Le informazioni così raccolte dovrebbero consentire alla banca di "monitorare" periodicamente via Internet e/o, ove ritenuto opportuno, attraverso fonti di ricerca più specializzate, i soggetti identificati come proprietari e il senior management della banca corrispondente in termini di notizie/informazioni negative pubblicate dai media ai fini dei rischi comportati dal corrispondente, ivi inclusi collegamenti nuovi o precedentemente non noti con PEPs, persone fisiche o giuridiche sottoposte a sanzioni. Di seguito viene segnalato il percorso di acquisizione (input) delle informazioni e della documentazione da acquisire prima di poter attivare un rapporto continuativo con il corrispondente estero:

 

Due Diligence per l’apertura dei rapporti con i corrispondenti esteri:

1.     Lettera in inglese in cui viene illustrato il processo di AML della Banca;

2.     Questionario antiriciclaggio (redatto secondo lo standard “Wolfsberg Group”) debitamente compilato e firmato  dal   corrispondente che  indichi, inoltre, il nominativo del Responsabile Antiriciclaggio. La firma deve essere confermata a mezzo messaggio Swift.

3.     Dichiarazione di Responsabilità antiriciclaggio da redigere su carta intestata del corrispondente.

4. Copia con data e firma delle politiche e/o procedure aziendali in materia di antiriciclaggio del corrispondente;

5. Copie dei documenti di corporate governance del corrispondente, quali:

·        Statuto societario;

·        Atto Costitutivo;

·        Verbali di assemblea di nomina degli amministratori;

6. Copia della licenza bancaria o  dell’autorizzazione  all’esercizio del credito del corrispondente;

7. Elenco della compagine sociale del corrispondente;

8. Elenco degli amministratori corredata (ove possibile) dal profilo professionale degli stessi e elenco del Management apicale del corrispondente;

9. Fotocopia documento/i di identificazione del/i legale/i  rappresentante/i  del corrispondente;

10. Ultimo bilancio di esercizio (consolidato ove ricorre) del corrispondente completo di certificazione da parte di società di revisione esterne (ove possibile);

11. Elenco dei soggetti (e altre informazioni atte all'identificazione degli stessi) che direttamente o indirettamente posseggono, controllano o hanno il potere di voto su almeno il 10% di qualsiasi classe di titoli con diritto di voto. Per le banche quotate, è necessario identificare la Borsa Valori su cui sono quotate;

12. Estratto aggiornato del registro di commercio del corrispondente;

13. Nota redatta dal Responsabile del Servizio della Banca in cui viene evidenziato lo scopo del rapporto continuativo e il livello reputazionale della corrispondente ove conosciuto direttamente o indirettamente;

14. Approvazione da parte del Responsabile Antiriciclaggio della Banca;

15. Autorizzazione finale della Direzione Generale della Banca.

 

Richiesta e revisione delle attività della banca corrispondente in materia di KYC e di antiriciclaggio: reperimento di sufficienti informazioni relative al programma antiriciclaggio della banca corrispondente, al fine di valutare se i provvedimenti da essa adottati in tale ambito sono adeguati e appropriati.La Banca apre rapporti di corrispondenza solo con corrispondenti che abbiano la propria policy antiriciclaggio in linea con gli standard internazionali attualmente utilizzati e che abbiano piena operatività SWIFT (si rammenta che Swift esegue una severa KYC sulla banca prima di poter attribuire la piena operatività). Un utile strumento a tale riguardo è rappresentato anche dal Questionario antiriciclaggio redatto sui principi statuiti dal Gruppo Wolfsberg. Il Gruppo è attualmente composto da 11 banche internazionali che insieme hanno concordano una serie di prescrizioni volontarie concertate contro il riciclaggio di denaro di provenienza illecita.

 

La Banca ha adottato i principi “Wolfsberg Group”

I principi riguardano i rapporti tra banche e privati con patrimoni di elevato ammontare e comprendono linee guida concernenti l’accettazione di clienti, le situazioni che richiedono particolare attenzione, i modi per individuare attività insolite o sospette. La Banca inoltre fa sottoscrivere una dichiarazione di responsabilità alla banca corrispondente in cui viene accettato e riconosciuto il diritto della Banca al controllo dell’identità dei clienti della banca corrispondente e ad eseguire una due diligence adeguata e costante sulle loro attività svolte riservandosi, in caso di informazioni e documentazioni ritenute incongrue e carenti, il diritto alla chiusura unilaterale del rapporto continuativo.

- Revisione e aggiornamento periodico delle banche corrispondenti come segue: Revisione annuale

Fatto salvo il diritto di ripetere in qualsiasi momento il processo di due diligence in seguito alla variazione del rischio di riciclaggio.

Per revisione è da intendersi il processo di adeguata verifica dall’inizio con l’esibizione di ogni documento e la sottoscrizione della modulistica come se si trattasse il corrispondente per la prima volta. L’analisi andamentale dei rapporti fino ad allora intrattenuti sarà considerata come fattore critico di successo del processo revisionale.

- Visita e svolgimento di incontri personali con i soggetti identificati come proprietari della banca corrispondente e/o con il suo senior management.

- Il coinvolgimento basato sul rischio del senior management e di un’unità di controllo indipendente e autonoma, slegata dall’attività operativa, identificata nel Servizio Antiriciclaggio, sia al fine di approvare i nuovi rapporti continuativi con i corrispondenti esteri e sia di sottoporre le relazioni già in essere a revisioni periodiche.

In tutti i casi in cui non è possibile assicurare l’adozione delle misure rafforzate sopra specificate (o in sede di revisione annuale) non si deve dar corso all’operazione o aprire il rapporto continuativo ovvero si deve porre fine al rapporto già in essere valutando se inviare una segnalazione di  operazione sospetta.

Roma, 27 aprile 2018

Massimo Ferracci

0008 - L'EVOLUZIONE DELLA LCA BANCARIA E L'INTRODUZIONE DELLA DIRETTIVA BRRD NELLA NORMATIVA ITALIANA
di Vito Carlo Micene

Nel corso del 2017 il sistema bancario italiano si è rafforzato notevolmente se analizziamo come benchmark due indicatori utilizzati largamente dal mercato:
· il NPL ratio che rappresenta l’incidenza dei crediti deteriorati netti sui prestiti complessivi;
· il CET 1 ratio che rappresenta il rapporto tra il capitale di migliore qualità e le attività ponderate per il rischio.

Diversi sono i fattori che hanno contribuito al rafforzamento del sistema bancario quali ad esempio il processo di derisking, messo in piedi da tutti gli istituti bancari italiani, l’utilizzo delle possibilità offerte dall’IFRS 9 e le attuazioni dei piani di dismissione dei crediti anomali, sempre più allineati alle attese della Vigilanza.
Tra gli obbiettivi dei Regulator vi è anche la messa a regime della composizione del patrimonio di vigilanza inteso come l’insieme di risorse di cui le banche devono disporre per coprire le perdite derivanti dai rischi assunti.
Alla luce di quanto sopra riportato in data 19 marzo 2018, BCE ha pubblicato il nuovo SSM Supervisory Manual che descrive il funzionamento del Meccanismo di Vigilanza Unico ossia quell’ organo di Vigilanza sovranazionale che fa capo a BCE e che opera in stretta cooperazione con le autorità nazionali.
Nell’elaborazione del presente “paper”, ponendo maggiore attenzione sul paragrafo intitolato “Preventing and managing cris situations” del SSM Supervisory Manual, si intende inquadrare il recepimento della Direttiva 2014/59/UE nell’ ordinamento nazionale ed analizzare le novità che tale direttiva ha apportato alla procedura di Liquidazioni Coatta Amministrative bancarie con specifico riferimento alla cessione dei rapporti giuridici.
Come noto la direttiva 2014/59/UE del Parlamento europeo detta BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive) introduce in tutti i paesi europei regole armonizzate per prevenire e gestire le crisi delle banche e delle imprese di investimento.
La direttiva BRRD ha fornito, mediante la creazione di fondi alimentati da contributi versati dagli intermediari (FNR – Fondo di Risoluzione Nazionale, di cui sì parlerà più avanti) poteri e strumenti per pianificare la gestione della crisi attraverso framework preventivi con l’intento di intervenire prima della completa manifestazione della crisi gestendo al meglio la resolvability delle singole banche.
In Italia la BRRD è stata recepita dal D.lgs. n° 180/2015 ma sino al 2013 i salvataggi delle banche in crisi prevedevano l’assoggettamento della banca alla procedura di Liquidazione Coatta Amministrativa (L.C.A.).
Alla procedura di L.C.A. seguiva la cessione dell’azienda bancaria ad altro Istituto di credito con subentro nelle attività, passività e nei rapporti pendenti della banca cessionaria.
Successivamente lo sbilancio di cessione tra attività cedute e maggiori passività accollate, da parte della banca cessionaria, veniva colmato dall’intervento del FITD (Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi) che in seguito è stato bollato dall’UE come “aiuto di Stato”.
L’illegittimità dell’intervento del FITD nei salvataggi delle banche in crisi fu risolta grazie all’ istituzione dello “Schema Volontario del Fondo” costituito con risorse private aggiuntive da parte del sistema bancario italiano.
Lo Schema Volontario dispone di una dotazione finanziaria autonoma, attualmente stabilita nella misura di 700 milioni di euro, che le banche, a esso aderenti, si impegnano a fornire su chiamata per l’effettuazione degli interventi.
Gli ultimi interventi posti in essere dallo Schema sono stati a favore di Banca Tercas per 271,87 milioni di euro e per Cassa di Risparmio di Cesena per 280 milioni di euro.
Il D.lgs. n° 180/2015 ha introdotto all’interno dell’ordinamento italiano il concetto di risoluzione bancaria.
Sottoporre una banca a risoluzione significa avviare un processo di ristrutturazione gestito da autorità indipendenti con il fine di evitare interruzioni nella prestazione dei servizi essenziali offerti dalla banca.
Il D.lgs. n° 180/2015 oltre ad introdurre il concetto di risoluzione bancaria, con Provvedimento n.1226609/1 di Banca d’Italia, ha introdotto il Fondo di Risoluzione Nazionale che è un “patrimonio autonomo”, attualmente stabilito nella misura di 588 milioni di euro, le cui risorse finanziarie sono “fornite dalle banche aventi sedi in Italia, dalle succursali italiane di banche extracomunitarie e dalle SIM indicate dall’articolo 60 bis 1, comma 2 del TUF”.
Costituito con fondi privati delle varie entità, in ragione di alcuni parametri come ad esempio il profilo di rischio e l’ammontare delle passività, e gestito da Banca d’Italia il Fondo di Risoluzione Nazionale è il braccio armato della Autorità nazionale di risoluzione per fornire un sostegno temporaneo alle banche in risoluzione al fine realizzare gli obbiettivi di risoluzione meglio esplicitati in seguito.
Il Titolo IV del D.lgs. n° 180/2015 dall’articolo 17 all’articolo 22 disciplina i presupposti e gli obbiettivi della risoluzione.
L’art. 17 comma 2 considera come presupposti oggettivi comuni per la risoluzione di una banca il dissesto o il rischio di dissesto derivante da una delle seguenti situazioni:

a. irregolarità nell'amministrazione o violazioni di disposizioni legislative, regolamentarie o statutarie che regolano l’attività della banca di gravità tale che giustificherebbero la revoca dell'autorizzazione all'esercizio dell’attività (art. 10 TUB);
b. risultano perdite patrimoniali di eccezionale gravità, tali da privare la banca dell’intero patrimonio o di un importo significativo del patrimonio;
c. le sue attività sono inferiori alle passività;
d. essa non è in grado di pagare i propri debiti alla scadenza o a scadenze future;
e. elementi oggettivi indicano che una o più delle situazioni sopra riportate si realizzeranno nel prossimo futuro;
f. è prevista l’erogazione di un sostegno finanziario pubblico straordinario come previsto dall’art. 18 del Decreto che verrà specificamente trattato più avanti nel presente paper durante la disamina della crisi delle Banche Venete (Veneto Banca S.p.A. e Banca Popolare di Vicenza S.p.A.).

I presupposti sopra riportati vengono verificati dall'organo di amministrazione o di controllo della banca che deve informare tempestivamente la Banca d'Italia o la Banca Centrale Europea, in qualità di autorità competenti, se ritiene che la banca è in dissesto o a rischio di dissesto. Se l’autorità competente è la BCE, essa ne dà comunicazione alla Banca d'Italia (art. 19).
Una volta accertati i su indicati presupposti può essere disposta alternativamente nei confronti della banca (art. 20):
- la riduzione o la conversione di azioni, di altre partecipazioni e/o di strumenti di capitali emessi nei casi in cui ciò consente di rimediare allo stato di dissesto o di rischio di dissesto;
- la risoluzione della banca, o la liquidazione coatta amministrativa (art. 80 TUB) se il rischio o lo stato di dissesto sono irreversibili.

All’art. 21 vengono disciplinati gli obiettivi della risoluzione bancaria in particolare il legislatore pone fra questi obiettivi la continuità delle funzioni essenziali degli istituti bancari in risoluzione, la stabilità finanziaria, il contenimento degli oneri a carico delle finanze pubbliche, la tutela dei depositanti e degli investitori protetti da sistemi di garanzia o di indennizzo, nonché dei fondi e delle altre attività della clientela.
La risoluzione, pertanto, viene disposta quando la Banca d'Italia accerta la sussistenza dell’interesse pubblico che ricorre quando la risoluzione è necessaria e proporzionata per conseguire uno o più degli obiettivi menzionati nell’art. 21
Secondo quanto riportato nel SSM Supervisory Manual i principali responsabili delle decisioni in una risoluzione bancaria sono le Autorità di Risoluzione ossia:
· l’ANR (National Resolution Authority, Autorità nazionali di risoluzione) che nel caso italiano, ai sensi dell’art. 3 del D.lgs. n° 180/2015, è rappresentata da Banca d’Italia la quale, oltre a partecipare alle decisioni del SRB, è responsabile dell’attuazione delle concrete misure di risoluzione.
· l’SRB (Single Resolution Board, Sistema di risoluzione unico), è un’agenzia europea finalizzata all’esercizio delle funzioni di risoluzione, nel cui board sono presenti anche i rappresentanti delle autorità nazionali.

Il sistema di risoluzione unico (SRB) ha l'obiettivo di assicurare la gestione ordinata delle crisi delle banche c.d. significative superando i problemi determinati dalla frammentazione delle procedure disciplinate dai singoli ordinamenti degli stati europei.
La supervisione quotidiana da parte del SRB degli enti significativi è condotta dal Joint Supervisory Teams (JST) che comprende personale sia della BCE che delle autorità nazionali dei paesi in cui sono stabilite le istituzioni da vigilare.
Le dimensioni, la composizione e l'organizzazione di un JST variano a seconda della natura, della complessità, del modello aziendale e del profilo di rischio dell'entità sottoposta a supervisione.
Il JST è responsabile della stesura e dell'organizzazione del Programma di controllo e della conduzione dei lavori di Supervisione (Supervisory Examination Programme).
In ottemperanza a quanto previsto dall’art. 7 del D.lgs. n° 180/2015 Banca d’Italia, sentita la BCE che svolge prevalentemente un ruolo consuntivo, predispone in cooperazione con i soggetti, cui il piano di risoluzione si riferisce, misure preparatorie e prudenziali che consentono la raccolta delle informazioni necessarie per la predisposizione, l’aggiornamento e l’applicazione dei piani di risoluzione (recovery plan).
Nell'elaborare il piano, vengono identificati gli eventuali ostacoli che non permetterebbero la risoluzione e vengono stabilite le modalità d’intervento atte ad affrontarli inoltre, nel caso in cui la pianificazione e la vigilanza venga affidata a BCE (e ciò accade su Significant Institution), quest’ultima ha il diritto di richiedere all’istituto di presentare un recovery plan entro un breve lasso di tempo (max. 3 mesi).
Se il recovery plan non affronta le carenze o gli impedimenti materiali riscontrati, la BCE può richiedere all'entità vigilata sia di apportare modifiche specifiche al piano di risoluzione sia di indicare quei cambiamenti che l’entità stessa potrebbe concretamente apportare alle sue attività al fine di aumentare la probability di riprendersi da eventuali situazione di crisi.
Il piano è riesaminato almeno una volta all’anno e in caso di significativo mutamento della struttura societaria e/o organizzativa viene aggiornato relativamente all’attività o alla situazione patrimoniale/ finanziaria della banca.
Il JST monitora continuamente le supervised entities controllando pertanto se la situazione finanziaria dell'ente peggiora.
La divisione Crisis Management (CRM) fornisce supporto esperto al JST nella valutazione dei piani di recupero e assieme hanno un ruolo consultivo per quanto riguarda i piani di risoluzione e le valutazioni della risolvibilità condotte dall'SRB.
Qualora venga identificato un deterioramento delle condizioni finanziarie e qualora si riscontri una riduzione o conversione di azioni, di altre partecipazioni e di strumenti di capitale emessi dall’entità vigilata, Banca d’Italia, previa approvazione del Ministro dell’Economia e delle Finanze, dispone l’avvio della risoluzione della Banca ai sensi dell’art. 32 del D.lgs. 180/2015 verificandone i presupposti indicati all’interno dell’art. 17 del medesimo decreto.
Il “point of non-viability” in cui la risoluzione si attiva è raggiunto prima della vera e propria insolvenza tecnica ossia quando la banca non è più vitale e quando non rispetta i requisiti minimi di capitale necessari per operare.
Questi sono il trigger che fanno scattare l’obbligo di copertura dei costi della risoluzione non solo per tutti gli strumenti di patrimonio di vigilanza, ma anche per i creditori ordinari attraverso lo strumento giuridico del bail-in (artt. 48 ss D.Lgs. 180/2015).
Le banche devono disporre di una TLAC (Total Loss Absorbency Capacity), principalmente composta dagli strumenti del patrimonio di vigilanza1 e dai debiti a lungo termine non assicurati, composta da tutti gli strumenti finanziari che possono essere legalmente e operativamente svalutati o convertiti in capitale in presenza di risoluzione, per un ammontare che deve essere almeno il doppio dei requisiti di capitale e di leverage.

Per quanto riguarda le crisi bancarie riguardanti gli istituti di credito italiani è possibile porre in essere un netto distinguo tra le soluzioni della crisi delle:
- “Quattro Banche” - Banca delle Marche, Cassa di risparmio di Chieti, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio e Cassa di Risparmio di Ferrara – dove è stato seguito lo schema riproposto dal D.lgs. 180/2015;
- “Due Banche” - Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e Veneto Banca S.p.A. - dove è stato seguito lo schema riproposto dal D.L. 99/2017 (di cui si dirà in seguito).

Per la soluzione della crisi delle “Quattro Banche” è stato seguito il seguente schema:
· assoggettamento a risoluzione;
· cessione dell’azienda bancaria a new bank (art. 43) costituite in funzione di “Enti Ponti” (art.42), con forma giuridica il cui capitale sociale è stato sottoscritto dal Fondo di Risoluzione Nazionale come previsto dal provvedimento di risoluzione (art. 32) e dall’attuazione del programma di risoluzione (art.34);
· costituzione di una SGA “società veicolo per la gestione di attività” (art. 45) denominata REV – Gestione crediti S.p.A. a cui saranno ceduti già rubricati a sofferenza con l’obbiettivo di massimizzarne il valore;
· vendita del 100% delle azioni degli “Ente ponte” alle società cessionarie (UBI Banca S.p.A. e BPER Banca S.p.A.) che subentrano nei rapporti già facenti capo alle banche in crisi;
· assoggettamento a LCA delle banche in crisi;
· incorporazione delle new bank costituite in funzione di “Enti Ponti” nelle società cessionarie.

L’ente ponte è costituito per gestire beni e rapporti giuridici con l’obbiettivo di mantenere la continuità delle funzioni essenziali precedentemente svolte dall’ente sottoposto a risoluzioni e, quando le condizioni di mercato sono adeguate, cedere a terzi le partecipazioni al capitale.
Stante quanto sopra riportato il D.lgs. 180/2015 ha prodotto concretamente un fenomeno di cessione d’azienda (si veda l’art.43) dove le new bank (enti ponte) sono quindi parte originaria dei procedimenti in corso come d’altronde sostenuto dal Tribunale di Napoli con sentenza del 28.04.2017.
Inoltre i componenti degli organi di amministrazione e controllo, nonché l’alta dirigenza degli enti ponte rispondono solo per dolo o colpa grave nei confronti degli azionisti e dei creditori propri dell’ente sottoposto a risoluzione succedendo nei diritti, nelle attività o nelle passività cedute.
A norma dell’art. 47 del D.lgs. 180/2015 gli azionisti, i titolari di altre partecipazioni o i creditori dell’ente sottoposto a risoluzione non possono esercitare pretese nei confronti dei membri degli organi di amministrazione e controllo o dell’alta dirigenza del cessionario.
L’art. 47 del decreto smentisce pertanto l’estendibilità della responsabilità del cessionario nella cessione delle aziende bancarie come previsto dall’art. 58 TUB e ciò si traduce a norma dell’art. 111 c.p.c. nella responsabilità delle parti originarie (“Quattro Banche”) nel trasferimento del diritto controverso (commercializzazione di azioni ed obbligazioni subordinate).
Il D.L. 99/2017 disciplina l’avvio e lo svolgimento della liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A..
È bene specificare che le misure previste dal decreto costituiscono un aiuto di Stato, ai sensi dell’articolo 107 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, e sono state adottate a seguito della positiva decisione della Commissione Europea.
Secondo il su menzionato decreto, il Ministero dell’economia e delle finanze, ai sensi dell’art. 2, ha disposto:
· la liquidazione coatta amministrativa degli istituti bancari (Banca Popolare di Vicenza S.p.A e Veneto Banca S.p.a.);
· la continuazione dell’esercizio dell’impresa o di determinati rami di attività al fine di attuare le cessioni previste anche in deroga a quanto previsto dall’art. 90 comma 3 TUB, deroga che comporta la possibilità di disporre la continuazione anche senza i permessi e le autorizzazioni della Banca d’Italia o del comitato di sorveglianza;
· che i commissari liquidatori procedono in conformità all’offerta ricevuta dal concessionario (Intesa Sanpaolo S.p.A.) a quanto appositamente convenuto nell’art. 3 del D.L. 99/2017

L’art. 3 del D.L. 99/2017, in deroga all’ art. 58 comma 1,2,4.5,6 e 7 e all’art. 90 comma 2 TUB, dispone che i commissari liquidatori hanno tutti i poteri utili per realizzare l’attivo e possono cedere, con il parere favorevole del comitato di sorveglianza e previa autorizzazione della Banca d’Italia, attività e passività dell’azienda, suoi singoli rami, nonché beni, diritti e rapporti giuridici individuabili in blocco ovvero attività e passività di una delle due banche soggette a liquidazione o di entrambe. Restano esclusi dalla cessione, anche in deroga all’art. 2741 c.c. (Concorso di creditori e cause di prelazione):
· le passività di cui all’art. 52 comma 1 lett. a) punti i), II), III) e iv);
· i debiti nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle Banche o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni o obbligazioni subordinate;
· le controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa, e le relative passività.

Il medesimo articolo, inoltre, stabilisce che il contratto di cessione acquisisce efficacia verso i terzi con la sua pubblicazione sul sito di Banca d’Italia e che nei confronti dei debitori ceduti produce gli effetti indicati dall’art. 1264 c.c.
Relativamente alla figura del cessionario, la norma in esame stabilisce che deve essere individuato nell’ambito di una procedura aperta, concorrenziale e non discriminatoria e che, oltre a non essere obbligato solidalmente con il cedente ai sensi dell’art. 332 del D. Lgs. 231/2001, soggiace al disposto dell’art. 47 comma 9 del D. Lgs. 180/2015.
Per evitare o porre rimedio ad una grave perturbazione dell’economia e preservare la stabilità finanziaria, l’art. 18 del D.lgs. 180/2015 prevede il sostegno finanziario pubblico straordinario in diverse forme come:
· una garanzia dello Stato a sostegno degli strumenti di liquidità forniti dalla banca centrale alle condizioni da essa applicate;
· una garanzia dello Stato sulle passività di nuova emissione:
· la sottoscrizione di fondi provi o l’acquisto di strumenti di capitale effettuati a prezzi e condizioni che non conferiscano un vantaggio all’istituto di credito.

Come già detto il D. L. 99/2017, in ottemperanza a quanto previsto dall’art. 18 comma 1 lett. b) del D. Lgs. 180/2015, si presenta (anche in deroga alle norme di contabilità di Stato) come un aiuto di Stato e le basi dell’intervento statale nella risoluzione delle Banche Venete sono state previste dall’art. 4 secondo cui il MEF:
· concede una garanzia dello Stato, autonoma e a prima richiesta, sull’adempimento da parte del soggetto in liquidazione degli obblighi derivanti dal finanziamento erogato dal cessionario o da società, che appartenevano al gruppo bancario di una delle due banche, a copertura dello sbilancio di cessione;
· fornisce un supporto finanziario al cessionario per un importo massimo di euro 3.500 milioni;
· concede una garanzia dello Stato, autonoma e a prima richiesta, sull’adempimento degli obblighi a carico del soggetto in liquidazione derivanti da impegni, dichiarazioni e garanzie concesse dal soggetto in liquidazione nel contratto di cessione;
· dispone l’erogazione al cessionario di risorse a sostegno di misure di ristrutturazione aziendale per un importo massimo di euro 1.285 milioni.

Si specifica che il 6 Aprile 2018 Intesa Sanpaolo, poiché ha completato le possibili operazioni di riacquisto dei titoli obbligazionari emessi da Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e Veneto Banca S.p.A. e assistiti da garanzia dello Stato 3(sia collocati sul mercato sia utilizzati dalle due banche come collaterale in finanziamenti pronti contro termine), sta procedendo all’annullamento di tali titoli in suo possesso. Quanto annunciato da Intesa Sanpaolo S.p.A., che comporta il venir meno del potenziale rischio di 9,3 miliardi di euro sui conti pubblici italiani, si riferisce al futuro annullamento (che avverrà dopo l’autorizzazione delle autorità competenti) di sei
obbligazioni emesse nel corso del 2017, da Banca Popolare di Vicenza (per un importo complessivo di 5,2 miliardi di euro di cui 4,8 miliardi detenuti da Intesa Sanpaolo, emesse il 3 febbraio ed il 1 giugno 2017) e da Veneto Banca (per n° 4 cessioni pari ad un importo complessivo di 4,9 miliardi di euro di cui 4,5 miliardi detenuti da Intesa Sanpaolo).
L’art. 5 del D.L. 99/2017 disciplina il passo successivo della liquidazione delle “Due Banche” prevedendo che i commissari liquidatori procedano, tramite apposito decreto del MEF, alla cessione di crediti deteriorati alla Società per la Gestione di Attività – S.G.A. S.p.A. che amministra i crediti e gli altri beni e rapporti acquistati con l’obbiettivo di massimizzarne il valore.
Dalla liquidazione e valorizzazione di tali attivi deriva la possibilità per lo Stato di recuperare le risorse impegnate per lo svolgimento del processo di liquidazione.
A seguito del contratto di cessione d’azienda stipulato in data 26.06.2017 i Commissari Liquidatori della Veneto Banca S.p.A. e della Banca Popolare di Vicenza S.p.A. in liquidazione coatta amministrativa hanno ceduto a Intesa Sanpaolo S.p.A. le attività costituenti un ramo d’azienda bancaria a norma dell’art. 3 comma 2 del D.L. 99/2017 prevedendo che “le disposizioni del contratto di cessione hanno efficacia verso i terzi a seguito della pubblicazione da parte della Banca d’Italia sul proprio sito internet della notizia di cessione, senza necessità di svolgere altri adempimenti previsti dalla legge, anche ai fini costitutivi, di pubblicità, notizia o dichiarativa, ivi inclusi quelli previsti dagli articoli 1264, 2022, 2355, 2470, 2525, 2556, 2559 primo comma del codice civile”.
Il contratto di cessione d’azienda opera il trasferimento al cessionario di una serie di rapporti giuridici, attività e passività, singolarmente elencati, tra i quali non rientrano, e ne sono anzi espressamente esclusi, i debiti derivati dalla commercializzazione di azioni ed obbligazioni subordinate.
Si faccia specifico riferimento all’art. 3.1.4 lett. b) del contratto di cessione d’azienda stipulato tra Intesa Sanpaolo S.p.A. (il “cessionario”) e le “Due Banche” da dove si desume che l’accordo contrattuale non trasferisce al cessionario i debiti derivanti da fatti illeciti commessi dal cedente nelle operazioni di commercializzazione di azioni e obbligazioni subordinate, né le passività esenti o potenziali, anche derivanti da controversie di futura insorgenza, non riferite ai rapporti, beni e cespiti oggetto di cessione.
Come affermato dal G.U.P., Dott. Roberto Venditti, del Tribunale di Vicenza con sentenza dell’08.02.2018 “non vi è una previsione codicistica o un principio di elaborazione giurisprudenziale che stabilisca o imponga il trasferimento al cessionario di azienda degli obblighi risarcitori derivanti da fatto illecito facenti capo al cedente”.
Come stabilito dall’art. 2560 c.c. Intesa Sanpaolo S.p.A. (il “cessionario”) subentra nei debiti delle “Due Banche” (i “cedenti”) a condizione della loro iscrizione nei libri contabili obbligatori.
La giurisprudenza ritiene pertanto che l’iscrizione nei libri contabili si configuri come elemento costitutivo della responsabilità dell’acquirente in relazione ai debiti all’azienda ceduta senza che tale iscrizione “possa essere surrogata da altre forme di conoscenza della situazione debitoria della azienda a disposizione dell’acquirente, atteso che il citato art. 2560 c.c. è norma a carattere eccezionale e perciò insuscettibile di interpretazione analogica”4

Vito Carlo Micene,  8 maggio 2018  

NOTE
1 Il patrimonio di vigilanza si articola in diverse fasce composta dagli strumenti che presentano la qualità richiesta per entrare nella specifica componente al netto delle deduzioni.
Secondo il Pillar 1 di Basilea 3, il livello minimo del Patrimonio di vigilanza - Total Capital (TC) – è dell’8% dell’esposizione complessiva a tutti i rischi (ARP).
Le componenti del Patrimonio di Vigilanza sono:
· Capitale di classe 1 (Tier 1 Capital, T1) ≥ 75% del Patrimonio di vigilanza totale;
· Capitale di classe 2 (Tier 2 Capital, T2) ≥ 25% del Patrimonio di vigilanza totale.

Il capitale di classe 1 a sua volta si articola nelle seguenti componenti:
Capitale primario di classe 1 (CET1 – Common Equity Tier I Capital) ≥ 75% del T1;
Capitale Aggiuntivo di classe 1 (AT1 – Additional Tier 1 Capital) ≤ 25% del T1;
I coefficienti minimi di capitale in rapporto all’ARP sono quindi i seguenti:

 
LIMITI REGOLAMENTARI     Rapporti     Requisito Minimo Regolamentare        
Total capital ratio (TC ratio)     TC/ARP     8,00%        
Tier I ratio (T1 Ratio)     T1/ARP     6,00%        
CET1 ratio     CET1/ARP     4,50%     

La Circolare 285/2013 di Banca d’Italia definisce quattro riserve di capitale (buffer), di cui due applicabili a tutto il settore mentre le altre due solo agli enti a rilevanza sistemica, che devono essere sommate ai coefficienti minimi di capitale:
· riserva di conservazione del capitale (capital conservation buffer), definito per far fronte a periodi di stress nel breve periodo.

Prevede un cuscinetto di capitale al di sopra dei minimi regolamentari del 2,5% per cento di common equity in rapporto all’attivo a rischio.
· riserva di capitale anticiclica (countercyclical capital buffer), che verrà attivato dalle autorità nazionali sulla base di valutazioni derivanti dal monitoreranno del credito ed altri indicatori sull’accumulo di rischio sistemico e sull’andamento complessivo dell’economia;
· riserva per gli enti a rilevanza sistemica globale (global systemically important institution buffer);
· la riserva per gli altri enti a rilevanza sistemica (other systemically important institution buffer).

La principale differenza fra il Capitale di classe 1 (T1) e il Capitale di classe 2 (T2) sta nella capacità di assorbimento delle perdite infatti gli strumenti del T1 assorbono le perdite anche prima che la banca entri in una situazione di crisi, mentre gli strumenti del T2 possono essere chiamati ad assorbire le perdite solo a condizione che la banca sia in crisi o in liquidazione.

2 Contrariamente a quanto disciplinato dell’art. 33 del D. Lgs. 231/2001 nel caso di cessione dell’azienda bancaria nella cui attività è stato commesso il reato di commercializzazione di azioni e obbligazioni subordinate e/o convertibili, il cessionario non è solidalmente obbligato.
3 Intesa Sanpaolo ha inviato al MEF comunicazione di rinuncia alla relativa garanzia dello Stato. La rinuncia alla garanzia sarà valida solo ed esclusivamente per i titoli detenuti dalla Banca (pari a circa 9,3 miliardi di euro), mentre non produrrà effetti per i titoli rimasti in circolazione (pari a circa 0,8 miliardi di euro), ancora detenuti da altri obbligazionisti perché non portati in adesione alle predette operazioni di riacquisto.

4 Cass. Civile sez. I, 20 giugno 2000, n. 8363; conformi Cass. Sez. lav. 3 aprile 2004, n. 47626, Cass. Sez. III, 10 ottobre 2010, n. 22831




0009 - Ethereum e i contratti intelligenti

Salvatore Carrano

 “In cibernetica, una macchina intelligente è ogni macchina capace di imitare un comportamento ritenuto peculiare dell’intelligenza umana (giocare a scacchi, risolvere problemi di geometria, tradurre da una lingua in un’altra, ecc.), restando impregiudicato se tale imitazione sia limitata agli aspetti meno complessi e profondi del meccanismo di azione del pensiero, o invece possa spingersi, almeno in linea teorica, fino alla completa riproduzione di quel meccanismo.” Da questa definizione di intelligenza artificiale (AI), tratta da uno dei più conosciuti vocabolari della lingua italiana, l’imitazione del comportamento umano, restando impregiudicata, può limitarsi ad acquisizioni derivanti da criteri consequenziali e deterministici del tipo if-this-then-that o riguardare tecniche di apprendimento basate sul deep learnig.

Il deep learnig, utilizza algoritmi che consentono di apprendere dai dati che si hanno a disposizione; niente regole o istruzioni già preconfezionate nella programmazione, ma sarà lo stesso software ad autoistruirsi imparando regole e comportamenti dalle informazioni e dai dati che potrà esaminare. Più che di intelligenza artificiale si potrebbe parlare di “formazione artificiale” alla stessa stregua di un bambino che, giunto all’età matura, manifesterà comportamenti e osserverà regole che avrà appreso nel suo ambiente socio-familiare-educativo. Non è difficile immaginare che dati e informazioni forniti alle “macchine” determineranno il prodotto finale. E al riguardo c’è già chi lancia severi ammonimenti per i pericoli che possono derivare da un utilizzo massivo, incontrollato e sconsiderato dell’AI.

Fino a dove può spingersi la riproduzione dei meccanismi appresi? Dipende da dove si vuole farla arrivare e comunque il risultato finale non è detto che sia scontato o predeterminabile. Non che l’elemento sorpresa debba necessariamente essere visto in negativo; ad esempio una strategia aziendale di successo potrebbe derivare dall’analisi di dati e informazioni (che la mente umana non avrebbe capacità di  elaborare in tutte le sue sfaccettature) e fornire soluzioni vincenti di intervento inaspettate e sorprendenti rispetto alle attese. L’utilizzo dell’apprendimento profondo, proprio nel campo delle strategie aziendali, è ormai un passaggio obbligato per le imprese che puntano sull’innovazione tecnologica.

L’applicazione dell’AI, con tecniche diverse dal deep learning, si sposa benissimo con la tecnologia blockchain e con i contratti intelligenti.  Questi smart contracts, appunto, consentono di garantire che al verificarsi di determinate condizioni si possa concludere un’operazione o quanto espressamente indicato dalle parti al momento in cui il contratto è stato scritto. Sostanzialmente, un programma esegue dettagliatamente le istruzioni che sono state precedentemente dettate da uno sviluppatore dopo averne verificato  il rispetto delle clausole concordate; successivamente il contratto, sotto forma di algoritmo, condiviso in un archivio pubblico nella rete blockchain, sarà immutabile.

I contratti intelligenti sono già usati nel settore del commercio on-line e nelle piattaforme più avanzate è possibile concludere la transazione con l’utilizzo di procedure completamente automatizzate nel rispetto delle condizioni poste e senza che le parti si incontrino. Nelle assicurazioni gli smart contracts corrono molto velocemente e le compagnie ormai tendono a non limitare alle sole classi di merito l’applicazione delle tariffe, ma introducono nuovi parametri legati principalmente al comportamento del guidatore per il calcolo del premio assicurativo. È ancora possibile utilizzare i contratti intelligenti nelle negoziazioni di derivati finanziari, nelle operazioni di locazione e diritto di proprietà, nella concessione del credito, nei servizi finanziari, nella raccolta fondi e perfino nell’espressione del diritto di voto.

La piattaforma che più di tutte ha investito, offrendo agli sviluppatori la possibilità di utilizzare in modalità peer to peer le dApps per realizzare con procedure completamente automatizzate ciò che in genere richiede l’intervento di un intermediario terzo, è stata Ethereum.

Ethereum è nata per opera di un talentuoso e giovane sviluppatore canadese di origini russe nel 2013 ed è una blockchain decentralizzata, pubblica e di tipo open source che si differenzia dalla rete Bitcoin perché può essere usata sia per le criptovalute e sia per i contratti intelligenti.  La moneta virtuale della blockchain Ethereum si chiama Ether e serve ad alimentare la rete remunerando gli sviluppatori che utilizzano la piattaforma per la creazione e la distribuzione delle applicazioni decentralizzate. Ethereum (ETH) è anche la criptovaluta creata con l’omonima tecnologia blockchain e vale attualmente più di 600 dollari, è seconda solo a Bitcoin come capitalizzazione di mercato e non c’è limite massimo alla quantità di emissione.

Ethereum si è fatta conoscere, si è apprezzata all’inverosimile pur non essendo una criptovaluta con quantità già definita e il suo successo è sicuramente attribuibile in larga parte alla sua piattaforma pensata per lo sviluppo dei contratti intelligenti. Ma un altro aspetto, forse sottovalutato e legato alla stessa diffusione della tecnologia blockchain e delle criptovalute, ha anche contribuito, e non di poco, ad accrescere la notorietà e il valore di Ethereum: la prevendita di token.

Circa il 50% delle criptovalute in circolazione tra le prime 100 per capitalizzazione di mercato sono state create su token di Ethereum. Eos, Tron e Vechain, per citare solo le prime tre che da sole valgono 16 miliardi di dollari, in una fase di prevendita (ICO- Initial coin offering), necessaria alla raccolta dei fondi per finanziare il progetto, hanno distribuito token in cambio di Ether. Le operazioni hanno incrementato la richiesta di Ether aumentandone certamente anche il valore. 



001 - La normativa sulle criptovalute

Salvatore Carrano

Se possedete delle criptovalute, chiedetevi perché le avete comprate; se aveste intenzione di comprarle, allora domandatevi perché vorreste farlo. Provate eventualmente a fare le stesse domande a dei vostri conoscenti che si trovino in una delle due situazioni e noterete che la risposta sarà presumibilmente uguale alla vostra e sempre la stessa: “Perché, sull’onda dei bitcoin, si nutre la speranza che in un futuro il valore di acquisto possa moltiplicarsi all’inverosimile e trasformare un investimento irrisorio in un consistente capitale”. E, qualora non ci credeste più di tanto, l’effetto FOMO (acronimo di Fear Of Missing Out), ossia il timore di non cogliere un’opportunità e, quindi, essere tagliato fuori dall’approfittare di un’occasione estremamente favorevole, vi spinge a seguire l’esempio di una massa di persone che compie un’azione. Comunque, è fuori dubbio che chiunque abbia avuto la fortuna, l’intuito o magari l’incoscienza di comprare anche solo cento euro di bitcoin nei primi due anni di vita della valuta, oggi quell’investitore è una persona che si ritrova ad avere guadagnato almeno un milione di euro esentasse.

In Italia, a parte i PIR, tutti i redditi derivanti da investimenti in titoli sono soggetti a tassazione, però, chi possiede, per esempio, dei bitcoin acquistati nel 2010 quando la valuta digitale valeva suppergiù un euro (mentre oggi vale circa seimila volte il valore di otto anni fa), non paga un centesimo di tasse.

Peraltro, un cristallino contribuente che avesse realizzato delle plusvalenze con la negoziazione di criptovalute, avrebbe non poche difficoltà a riportarle nella dichiarazione dei redditi proprio perché non esistono norme precise che regolamentino la materia. E un miner? Pagherebbe le tasse come imprenditore o come speculatore?

Le plusvalenze da criptomonete sono esentasse anche perché non sono regolamentate e non sono regolamentate perché non si sa come classificarle. E, in effetti, cosa sono le criptomonete? Per essere un mezzo di pagamento sono scarsamente usate e di non facile utilizzo; come titoli d’investimento, non si basano su nessun bene sottostante e se fossero un bene rifugio, una volta fuori dalla crisi si dovrebbero sgonfiare come una bolla. Sarà, allora, perché non se conosce bene la natura che non si riesce a regolamentare le criptovalute? Oppure queste ultime riflettono una “situazione di anomia”?

Per Durkheim, così come riportato nell’enciclopedia Treccani, “una situazione di anomia è del tutto abnorme, potendosi produrre solo in periodi di grave crisi, ovvero di boom economico («crises heureuses»), durante i quali la rapidità del mutamento sociale non consente alle norme societarie di tenere il passo con le molteplici sollecitazioni e istanze emergenti nel sistema sociale, che lascia così senza direzione normativa i propri componenti o buona parte di essi”. Gli elementi ci sono tutti: i bitcoin sono nati durante la grave crisi scatenata dai subprime e la disruptive innovation corre immensamente più veloce di ogni regolamentazione di governo. 

In Italia, la normativa che dovrebbe disciplinare le criptovalute è completamente assente e l’unico tentativo di regolamentazione riguarda una proposta di legge presentata nel 2016, insieme ad altri tredici suoi colleghi, dal deputato Stefano Quintarelli. La proposta era finalizzata, tramite l’introduzione di un “anonimato protetto”, unicamente a evitare l’utilizzo delle criptovalute per le attività di riciclaggio e, tra l’altro, si riduceva a poche righe di testo contenenti gli elementi necessari per avviare l’iter legislativo. L’anno dopo, il decreto legislativo del 28 maggio 2017, entrato in vigore il successivo 4 luglio, sempre con l’intento di aumentare la trasparenza nelle operazioni di trasferimento in valuta digitale e così fornire ai competenti organismi strumenti più efficaci per combattere il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo, ha previsto che l’attività di “cambiavalute virtuali” sia regolamentata da una licenza e preveda l’iscrizione in un apposito registro.  

La Bce si è limitata a dichiarare, tramite il suo Governatore, che non compete alla Banca Centrale la regolamentazione in materia di criptovalute. Nel contempo, però, la stessa Bce non ha consentito all’Estonia di lanciare la prima valuta digitale di stato e ha messo in guardia i risparmiatori dai rischi derivanti dagli investimenti in ICO. Va detto, comunque, che le autorità monetarie della UE in più occasioni si sono anche espresse favorevolmente, elencandone le potenzialità nei diversi settori e incoraggiandone perfino l’utilizzo, in merito alla tecnologia che ha permesso la nascita delle criptovalute (la blockchain).

Russia e USA mostrano opposti comportamenti. La prima sembra aver assunto un atteggiamento di totale chiusura verso qualsiasi utilizzo delle criptovalute come mezzo di pagamento; gli Usa, invece, si mostrano più flessibili e, quantunque caute e timorose, le autorità monetarie americane non ostacolano i pagamenti in bitcoin e incoraggiano l’uso della blockchain non solo nel settore finanziario.

Nei paesi asiatici, le criptovalute incassano il consenso del Giappone che ne ha legalizzato l’utilizzo nei pagamenti, mentre incontrano la chiusura più o meno totale di Cina e Corea che, vietando alle banche di scambiare valute digitali, ne tollerano la sola circolazione tra privati.

Nel Centro America il presidente Maduro, con il recente lancio della valuta Petro (una criptomoneta centralizzata, fiduciaria e sostenuta dalle ingenti riserve minerarie e petrolifere del Paese), spera addirittura di risollevare le sorti della disastrata economia venezuelana.

Posizioni difformi adottate dalle varie nazioni, unitamente a una regolamentazione quanto mai frammentaria ed eterogenea, consentono agli hater delle criptovalute di considerare bitcoin e altcoin unicamente strumenti per riciclare denaro, per esportare legalmente valuta all’estero e per aggirare le sanzioni imposte ad alcuni stati. Più concretamente, però, l’universo delle criptovalute è attualmente un possesso di valore che può essere utilizzato quasi senza vincolo alcuno. Un po’ come la rete internet d’altronde che, pur rappresentando uno straordinario strumento di comunicazione e di arricchimento culturale, si presta, purtroppo, per essere usata anche per scopi illeciti e criminosi.
12/03/2018


002 - Il modello Ripple come possibile futura valuta fiat

Salvatore Carrano

All’incirca un mese fa, Chris Larsen, con un patrimonio di 59 miliardi di dollari, era il quinto uomo più ricco del mondo. Chris Larsen possiede 5,19 miliardi di ripple e il 17% delle azioni dell’omonima società di cui è presidente e, insieme a Jed McCaleb, cofondatore. Il quattro gennaio scorso, la valuta ripple (XRP) ha raggiunto il massimo storico svettando a 3,84 dollari; da quel giorno il valore della quotazione è crollato e oggi per comprare un ripple basta meno di un dollaro. Se però negli ultimi due mesi ripple ha perso circa i tre quarti del valore, l’arretramento, seppure consistente, è ben poca cosa rispetto alla prestazione record che dall’inizio 2017 aveva portato la quotazione del coin da 0,006 ai 3,84 dollari del picco massimo raggiunto a inizio gennaio scorso. Ora Chris Larsen non figura più tra i primissimi paperoni del mondo ma possiede pur sempre un patrimonio da fare invidia e la sua ricchezza è originata unicamente da una criptovaluta da lui stesso creata e immessa sul mercato. Ripple è una valuta digitale ed è la terza per capitalizzazione di mercato dopo bitcoin ed ethereum. Al momento della nascita ne è stato creato l’intero ammontare consistente in 100 miliardi di unità. Come da protocollo, la quantità non potrà essere aumentata ed è, anzi, destinata al decremento poiché per ogni transazione ne viene distrutta una parte seppure infinitesimale.  Ripple, inoltre, non può essere minata, ed è quindi una valuta centralizzata che si può solo comprare. La valuta XRP è perfino “ecologica” perché l’emissione non comporta quell’enorme dispendio di energia necessario al funzionamento della sofisticata e costosa attrezzatura dei miners.

In verità ripple non è solo una moneta digitale ma è anche, o soprattutto, un protocollo internet che consente di trasferire qualsiasi valore su di una rete distribuita. È paragonabile ai protocolli HTTP o SMTP utilizzati per lo scambio di informazioni e messaggi che possono essere utilizzati senza servirsi di una rete proprietaria e indipendentemente dal doversi trovare in un determinato posto. “Qualsiasi banca, da e per qualunque nazione e per ogni tipo di valuta”: è questa la promessa che l’omonima azienda offre a chi deciderà di aderire al protocollo ripple per inviare pagamenti. E questa promessa d’altronde coincide con la funzione tipica del protocollo informatico che in una delle definizioni più comuni è “l’insieme coordinato di regole che consente di scambiarsi rapidamente dati (pagamenti) e messaggi”.

Curiosando in rete non è difficile trovare pareri entusiastici sul futuro della criptomoneta XRP e, quasi sempre, i punti a suo favore derivano dalle potenzialità di utilizzo come conveniente valuta intermediaria  negli scambi servendosi della stessa tecnologia Ripple. Per contro, l’enorme quantità di moneta creata (100 miliardi) rispetto ai 21 milioni di bitcoin, è un punto di forza per quanti ritengono che la valuta non possa apprezzasi tanto da raggiungere valori prossimi alle due criptomonete (bitcoin ed ethereum) che la precedono in capitalizzazione e quotazione.

Ma, se pure il futuro prezzo della valuta può essere di indiscusso interesse, ritengo che l’accoppiata RippleNet/moneta ripple meriti due osservazioni ulteriori e riferite a un futuro che non consideri il solo valore di quotazione.

È stato scritto che “ripple piace alle banche” perché il sistema di protocollo creato porterebbe a una riduzione dei costi delle transazioni finanziarie rendendo, oltretutto, queste ultime più veloci ed efficienti. L’affermazione è confortata dai numerosi accordi che l’Azienda Ripple continua a sottoscrivere con banche e money transfer. Sono, infatti, un centinaio gli istituti finanziari che utilizzano RipplePay e il numero sembra destinato a crescere rapidamente tanto da far pensare che  le banche possano aver trovato un provvidenziale alleato che risolva uno dei problemi di innovazione tecnologica che gli istituti di credito sono obbligati ad affrontare.

A oggi le banche, per il trasferimento dei fondi internazionali, usano prevalentemente i pagamenti SWIFT che dal 1973 consentono scambi di operazioni finanziarie tra gli oltre diecimila istituti associati. I pagamenti SWIFT mediamente impiegano tre giorni per arrivare al conto di destinazione, ma, per alcuni Paesi e/o a causa dei fusi orari, i tempi necessari non di rado si allungano fino a sette giorni. I costi, non proprio irrilevanti, per il trasferimento dei fondi internazionali prevedono l’addebito di commissioni reclamate sia dalla banca nazionale e sia dalla banca estera in aggiunta a un’eventuale commissione valutaria calcolata sul valore nominale dell’importo.

Ripple, con l’utilizzo della tecnologia Xcurrent, consente di effettuare pagamenti internazionali in pochi secondi e a un costo medio di  $ 0,0004 in commissioni di rete. Le operazioni di pagamento vengono eseguite utilizzando una semplice API (Application Programming Interface) che non richiede nessuna installazione di software. Nelle transazioni, servendosi della valuta XRP, si evitano, inoltre, costosi cambi tra monete fiat e si ottengono pagamenti pressoché istantanei.

Se la tecnologia Ripple “piace alle banche”, potrebbe diventare addirittura irresistibile per Autorità monetarie e Istituti centrali che troverebbero con il modello Ripple le stesse condizioni delle valute fiat senza dover stampare banconote. Si arriverebbe così ad avere una valuta di stato digitale che conserverebbe per le Banche centrali sia gli introiti da signoraggio e sia la possibilità di utilizzare gli strumenti di politica monetaria (es. aumento o diminuzione della quantità di valuta in circolazione).

Centralizzata, fiduciaria, non minabile, riservata a un solo ente per l’emissione e utilizzabile come strumento di politica monetaria; praticamente, escludendo la materialità,  nessuna differenza con le valute fiat in circolazione. Se poi il modello Ripple si scrollasse di dosso quell’essere (tipico delle valute digitali) asset altamente speculativo e volatile, allora la strada per un eventuale utilizzo come valuta nazionale risulterebbe spianata.

28/02/2018



003 - DEPOSITI BANCARI, WALLET E CRIPTOMONETE

Salvatore Carrano


“Sicuro come in banca”: è una frase che si soleva dire quando il denaro risparmiato e depositato in un’azienda di credito non destava nessuna preoccupazione di disponibilità e di rientro. E in effetti, dagli anni successivi al secondo dopoguerra, in Italia ma anche negli altri paesi più industrializzati, non c’è stata notizia che un risparmiatore avesse perso il proprio denaro depositato in banca. Sicuramente la protezione attuata attraverso il fondo di garanzia che, di fatto, esclude i depositi fino a centomila euro da qualsiasi rischio di perdita sia in caso di bail in e sia in caso di liquidazione coatta amministrativa, ha contribuito significativamente ad accrescere, o almeno a confermare, la fiducia dei risparmiatori nella capacità di rimborso delle banche. La recente crisi finanziaria e il fallimento di qualche azienda di credito hanno però indotto i risparmiatori a diversificare l’investimento delle somme tesoreggiate orientandole verso ........ Continua a leggere


004 LA BANCASSICURAZIONE IN ITALIA

di CLEMENTE GIOVANNI ROSARIO

Parlare di Bancassicurazione in Italia è diventata una moda per gli addetti ai lavori.  Vuoi per gli istituti di credito, vuoi per le Compagnie di assicurazione, per le Sim,  per le società di credito al consumo e  le Sgr. Infatti, non c’è articolo di giornale o rivista specializzata, che non fornisca quotidianamente diverse interpretazioni e novità salienti.

Prima di addentrarci nel tema in oggetto, occorre capire  che cos’è la Bancassicurazione? Che cosa rappresenta nell’attuale contesto economico finanziario?  Come funziona?

La Bancassicurazione molto semplicemente  rappresenta la capacità di distribuire  prodotti assicurativi, utilizzando  essenzialmente sportelli bancari.   Esprime quindi in Italia una forma relativamente  nuova di  distribuire prodotti e servizi  assicurativi, che dalla rete agenziale assicurativa si è spostata in parte verso la rete commerciale bancaria.  Tale cambiamento  si è manifestato progressivamente in Italia tra il 1980 e il 1990.

Anche se nel corso degli anni sono cambiate le modalità di intervento, si possono fare degli esempi di Bancassicurazione citando alcuni  casi aziendali come:  Intesa Vita, BNL Vita, Montepaschi Vita, Popolare Vita,  Credit Ras, Fideuram Vita, Commercial Union, Poste Vita, Cardiff Vita, Skandia Vita, BCC Vita.

Inizialmente, le compagnie di Bancassicurazione sono state create con lo scopo di realizzare e distribuire i prodotti  del Ramo Vita, finalizzati alla:  Tutela Economica. Previdenza. Risparmio. Investimento.

Mentre, nel corso dell’ultimo decennio  si è assistito anche  allo sviluppo e alla distribuzione di prodotti assicurativi del  Ramo Danni (Rc Auto, Infortuni, Malattia), congiuntamente alle polizze collegate ai mutui ed ai finanziamenti.

Gli obiettivi della Bancassicurazione non sono soltanto quelli di creare redditività per entrambi i partner (Banca e Compagnia di assicurazione), ma anche di moltiplicare le sinergie economiche  e finanziarie, realizzando economie di scala ed  incrementare il portafoglio prodotti.

Pensiamo per esempio alla gestione  dei rapporti di conto corrente della Compagnia, oltre all'incasso dei premi assicurativi, flussi finanziari sia in entrata che in uscita. Oppure, a tutti i  depositi titoli, come banca depositaria, delle Riserve matematiche e delle Riserve tecniche della Compagnia.  Oltre alla possibilità di creare società dedicate (Sgr,  Sim, Oicr) per la gestione delle polizze collegate ai fondi, come le Unit Linked, le "Polizze  multiramo" e le Index Linked.  

Per la Compagnia assicurativa attiva nel segmento di  Bancassicurazione,  una variabile strategica importantissima è rappresentata dal  sistema informatico. Infatti, la complessità della gestione del  portafogli assicurativi, come: l’ assunzione del contratto, l’incasso dei premi, la gestione della polizza, la liquidazione delle prestazioni, le variazioni contrattuali,  il riscatto, devono essere supportate da un efficiente interfaccia tra la  Banca e la stessa Compagnia,  soprattutto nell’ambito delle procedure.

Se a ciò aggiungiamo l’aspetto commerciale operativo nelle fasi di gestione della:  proposta, emissione della polizza  e post vendita,  la  Bancassicurazione può definirsi come  una moderna organizzazione assicurativa, dove l’innovazione di prodotto ed i servizi  che vengono offerti alla clientela, rappresentano il vero core business.   

Si possono distinguere diverse realtà operative di   Bancassicurazione: Le società captive, che prevedono la realizzazione di una Compagnia specifica o società di assicurazione, intesa come fabbrica prodotto a totale o parziale controllo della Banca. Dove sussiste una forte interazione tra   distributore e produttore  dei prodotti assicurativi in termini di pricing, redditività, politiche commerciali di prodotto. L’accordo distributivo, caratterizzato da uno specifico accordo commerciale e distributivo, con una Compagnia di assicurazione per un certo numero di anni. Le Joint Venture, che sono società compartecipate sia dalle Banche che dalle Compagnie di assicurazioni, che  possono essere più o meno controllate dagli  istituti di credito, oppure dalle  stesse Compagnie.

Lo sviluppo della Bancassicurazione persegue in questi anni il  nuovo modello di fare banca, soprattutto per il segmento retail. Tant’è che questo è divenuto il mercato relativo  a persone fisiche,    famiglie, piccoli operatori economici, titolari di partita Iva, a cui la Banca sta dedicando molta attenzione, offrendo prodotti e servizi assicurativi più competitivi e vantaggiosi.

Ma, il know-how che occorrerà per la vendita dei prodotti sopracitati, in particolar modo per il settore danni, comporterà l’acquisizione di determinate competenze tecniche e commerciali, sia da parte dei gestori della filiale bancaria, che da parte dei promotori finanziari.

Quindi la formazione, diventa leva strategica per il successo della Bancassicurazione, avendo come finalità  anche l’erogazione di contenuti culturali e metodologici, congiuntamente alla conoscenza dei prodotti.

I prodotti assicurativi Vita nella Bancassicurazione, sono sempre più in linea con quelle che sono le caratteristiche operative dei gestori della Banca, dove si coniuga la necessità di percepire  sicurezze di natura giuridica e reddituale, insieme agli obiettivi di investimento della clientela.

Come già anticipato, in questi ultimi anni si è assistito ad uno sviluppo dei prodotti Ramo Danni, venduti attraverso gli sportelli bancari ed in particolar modo, con le cosiddette polizze  Credit Protection Insurance, collegate ai mutui ed ai finanziamenti erogati. E’ chiaro che si tratta  di prodotti offerti  come packaging, dove non è necessaria un'esperienza  assicurativa particolare, sia nella consulenza che nella vendita.

Un’analisi ed una riflessione su questo punto risulta necessaria. La Bancassicurazione ha tolto spazi di mercato agli Agenti Assicurativi e ai brokers? Direi proprio di no!

La spiegazione deriva dall'attività esercitata dai  canali distributivi alternativi a quello bancario e dal profilo degli stessi prodotti distribuiti. Infatti le  polizze come quelle di credito commerciale, di cauzione, fideiussorie, nonché quelle relative agli   eventi catastrofali,  Responsabilità Civile, non vengono offerti e commercializzati presso la rete degli sportelli bancari ed anche postali.

Abitualmente gli sportelli bancari non distribuiscono i sopra citati prodotti assicurativi in quanto: Richiedono una conoscenza assicurativa molto specifica. Alla relativa distribuzione non coincide una sufficiente redditività. Non si riferisce all’intermediazione finanziaria. Non determina, anche indirettamente, da parte della clientela degli  investimenti una raccolta aggiuntiva di  risparmio.

Pertanto la commercializzazione dei prodotti assicurativi complessi può avvenire in corrispondenza di una specifica esperienza e competenza, da parte di canali distributivi appositamente dedicati, quali ad esempio gli agenti  e broker.  Di contro, tutto ciò che può riguardare prodotti che soddisfano esigenze di carattere generalizzato può essere sviluppato con una certa facilità tramite il canale della Bancassicurazione, ad esempio la: Tutela Economica,  Sicurezza del Risparmio, Investimento, Protezione Sanitaria:

Il canale bancario congiuntamente a quello postale supera di gran lunga tutti gli altri canali distributivi per quanto attiene all'insieme dei Rami Vita I, II, III, IV, V e VI. Da gennaio a novembre 2017 il segmento bancario  ha raccolto nuovi premi  per circa 51,7 miliardi di Euro, questi rappresentano il 71% dei premi complessivi pari a circa 73 miliardi di Euro. Al secondo posto si  sono piazzati i consulenti finanziari con il 15% dei premi raccolti ed al terzo posto gli   agenti assicurativi con il 10%.


Mentre per i prodotti del Ramo Danni, con esclusione dei prodotti di RC Auto, gli sportelli bancari possono rappresentare un segmento di attività ove la Bancassicurazione potrà esprimere fortemente per gli anni a venire la sua sfida nei confronti degli altri competitors.   In questo contesto Prometeia auspica che la leadership rimanga ancora in capo agli agenti assicurativi con una quota di mercato pari al 60%, nel contempo la Bancassicurazione riuscirà, dal 2017 al 2019, a passare dal 10% al 13%. 

Il punto di svolta e di successo della Bancassicurazione deve necessariamente transitare verso un ampliamento della gamma dei prodotti offerta nell’ambito della protezione, una crescita culturale nel settore assicurativo, lo sviluppo delle competenze, una crescita dei volumi produttivi, mantenendo nel contempo un perfetto equilibrio finanziario tra premi incassati e sinistri erogati.

 



005 - Blockchain: note distintive e diverse tipologie

Salvatore Carrano

Se autorità monetarie e istituzioni bancarie un po’ snobbano le valute digitali, non  si può dire che la scoperta che ha permesso la prima apparizione di queste nuove monete subisca la stessa sorte.  Al contrario, la blockchain sta riscontrando tantissimo interesse e curiosità non solo nell’ambito bancario e finanziario, ma i più svariati settori della società puntano a utilizzare l’innovativo sistema di validazione per rendere più efficiente e funzionale l’attività svolta.

La blockchain è un’articolata procedura informatica decentralizzata che, attraverso l’utilizzo dei database distribuiti, consente di validare una transazione, qualsiasi altra operazione di trasferimento o anche emissione di valuta digitale, senza necessariamente servirsi di un’autorità centrale che garantisca la veridicità e la correttezza dell’operazione. Con la blockchain si può creare, assegnare, trasferire e conservare un bene, un titolo o una proprietà utilizzando gli stessi soggetti della rete che certificano il buon fine dell’operazione. L’intermediario terzo che si occupa di assistere la negoziazione diventa superfluo e le parti interessate possono concludere in sicurezza una transazione.  La blockchain, per aggiungere un nuovo blocco alla catena (blockchain significa proprio catena di blocchi), dapprima distribuisce su ogni nodo tutte le informazioni necessarie a concludere l’operazione che si vuole eseguire e che i partecipanti alla rete dovranno verificare. Successivamente, se i dati che descrivono l’operazione non incontrano nessuna eccezione, l’operazione viene validata e aggiunta in un nuovo blocco che farà parte della catena. L’associazione della data e dell’ora, definita timestamping, al documento digitale che descrive l’operazione, ne consentirà l’identificazione cronologica per la ricerca e ne rafforzerà i criteri di immutabilità, trasparenza e tracciabilità. Infine, un software, predisposto per la verifica dei cambiamenti avvenuti nella rete, garantisce con un processo di duplicazione dei database che tutti i nodi abbiano le stesse informazioni.

Le reti blockchain possono essere pubbliche, private e autorizzate. Le prime sono le più diffuse e devono la loro notorietà principalmente alle loro creazioni, ossia alle criptovalute. Sono aperte a chiunque possa permettersi un computer di elevate capacità elaborative in grado di fornire potenza prestazionale alla rete e nello stesso tempo risolvere dei complessi codici per l’inserimento di un nuovo blocco di dati nella blockchain. I componenti di queste blockchain pubbliche assomigliano a dei minatori (sono, infatti, chiamati miners) che, al ritrovamento di un codice da inserire in una serie di dati,  ottengono come ricompensa dei tokens o una determinata quantità di valuta digitale. Le blockchain pubbliche, essendo aperte a chiunque ne voglia far parte, sono molto affollate di partecipanti e arrivano a superare (è il caso della rete bitcoin) anche i 10 mila nodi. L’elevato numero di nodi rende queste blockchain piuttosto lente, ma le rafforza in termini di sicurezza. L’aggiornamento di tutti i database della rete, infatti, allunga i tempi necessari alla validazione nelle operazioni da compiere ma nello stesso tempo, la complessità di dover modificare i dati in ogni singolo nodo, rende (quasi) invulnerabile il sistema da attacchi indesiderati.

Le blockchain autorizzate non sono completamente decentralizzate, necessitano di un’autorizzazione per poterne fare parte e solitamente contano un numero limitato di partecipanti. Queste blockchain, chiamate anche permissioned, pur non aperte a chiunque voglia farne parte, consentono di ottenere il permesso di accesso con l’autorizzazione rilasciata da un solo nodo.  La tecnologia blockchain favorisce la progettazione di architetture adattabili alle più svariate esigenze e con diversi gradi di verifica, consenso e accesso ai dati e queste blockchain autorizzate sono concepite proprio per controllare e gestire i permessi di accesso, sia in quantità e sia in termini di potere e responsabilità. Sono modelli molto versatili e si prestano per essere utilizzati da un unico proprietario o in consorzio. Sono inoltre più veloci, meno costosi e garantiscono una  buona affidabilità nella conservazione dei dati.

Le blockchain private sono composte solitamente da pochissimi nodi e, pertanto, sono molto veloci e poco costose. Non hanno visibilità, sono centralizzate, fiduciarie e la garanzia dell’immutabilità dei dati dipende dall’affidabilità dell’ente proprietario.

Per i puristi dell’argomento le blockchain private e autorizzate non avrebbero assolutamente nulla di innovativo e sarebbero dei semplici database gestiti da un’autorità centrale che ne detiene la proprietà e ne detta le insindacabili condizioni di utilizzo. E in effetti, le blockchain permissioned (e ancor più quelle private) difettano del consenso distribuito, della decentralizzazione, della trasparenza e della garanzia dell’immutabilità dei dati.

Bisogna, però, anche dire che le blockchain pubbliche sono destinate a diventare sempre più lente, costose e tendenti a perdere la decentralizzazione a causa della diminuzione dei miners volontari sostituiti via via da gruppi finanziari che aspirano a prenderne il controllo.

Probabilmente le blockchain, rivedute, corrette e adeguatamente adattate ai fini per cui saranno utilizzate, cambieranno profondamente il settore finanziario (e non solo quello) e con la disruptive innovation abbatteranno regole e privilegi corporativi intoccabili e consolidati che nessuna riforma di governo è mai riuscita a fare.

02/01/2018



006 - Da chi dipende il futuro delle criptovalute?


Salvatore Carrano

Non solo le parole, come scriveva l’autore di “Cristo si è fermato a Eboli”, ma anche le valute sono (state) pietre. È successo circa 600 anni or sono in una sperduta isola della Micronesia e queste pietre, pesanti fino a quattro tonnellate, sono state usate come moneta fino all’inizio del XX secolo. Con una forma circolare e un buco al centro, gli enormi dischi di calcare erano davvero difficili da spostare e, difatti, spesso restavano sempre nello stesso posto, anche se cambiavano di proprietà. Il trasferimento da un soggetto all’altro comunque non richiedeva la consegna materiale del bene perché bastava la semplice annotazione del passaggio di proprietà registrato da tutti gli abitanti dell’isola. Il metodo di riconoscimento della proprietà impediva a chiunque di potersi appropriare di un bene altrui perché tutti gli isolani sapevano a chi apparteneva la pietra e in più il sistema di registrazione metteva al sicuro da ogni rischio le negoziazioni.

La somiglianza con un metodo che alcuni ritengono sia una delle scoperte più rivoluzionarie degli ultimi tempi è davvero notevole. E chissà che il fantomatico Nakamoto non abbia preso spunto dagli isolani di Yap per creare la sua moneta digitale. Proprio a questo signore, infatti, viene attribuita l’invenzione della blockchain che ha dato la possibilità di creare nel 2009 il bitcoin. In realtà sembrerebbe che Nakamoto sia uno pseudonimo e l’inventore risulti tuttora sconosciuto ma, di fatto, dal sistema di registrazione a blocchi (la blockchain appunto) è nata la prima  criptovaluta.

A ben riflettere questa moneta virtuale somiglia non solo alle pietre Rai, ma anche all’oro. Ha dei punti in comune con il metallo nobile per eccellenza che per tanti anni è stato il riferimento delle monete nazionali. L’oro appartiene a chi lo trova, non viene usato nei pagamenti, è un bene d’investimento ed è un valore decentralizzato da qualsiasi banca nazionale. Il bitcoin viene “scovato” dai “minatori” è scarsamente usato nei pagamenti, è utilizzato come investimento e non è controllato da nessuna banca centrale.

Un’enorme pietra, un prezioso metallo e adesso una moneta algoritmica generata da un software che, così com’è stato progettato, avrà creato entro la fine del corrente anno il 75% dei 21 milioni di bitcoin totali previsti. Viene generata nuova moneta quando un “miner”, processando blocchi di dati, risolve un complesso di istruzioni e come ricompensa riceve una determinata e variabile quantità di bitcoin. È un sistema che si autoregola e tara la difficoltà di risoluzione in modo da creare un blocco ogni certo numero di minuti che, inizialmente era fissato in dieci. Ogni quattro anni questo tempo raddoppia rallentando notevolmente il ritmo di creazione delle monete, tanto che la restante 25% della valuta richiederà ancora 120 anni per essere “scovata”.

Non è dato sapere ai comuni mortali chi detiene grosse somme di bitcoin perché i possessori sono soliti memorizzare una limitata quantità di monete per ogni indirizzo e, inoltre, acquisti rilevanti della criptovaluta spesso fanno capo a società non sempre ben definite. Comunque, si legge in rete che l’inventore (Nakamoto?) nel primo anno di mining ne abbia tenute per sé circa 1,5 milioni di unità; altre centosettantaquattromila sarebbero state sequestrate, per poi essere successivamente vendute all’asta, dall’FBI al mercato silk road (l'Amazon delle droghe).

 Qualcuno sostiene che gli sconosciuti compratori delle criptovalute sequestrate al mercato silk road, siano tra i maggiori possessori di bitcoin. Viene da domandarsi se i detentori di grandi quantità di moneta digitale possano influenzare il valore della valuta con la più banale regola di mercato: vendendone o comprandone grosse quantità. Rilevanti offerte di vendita così come notevoli richieste di acquisto di valuta probabilmente non saranno le sole cause dell’oscillazione della moneta digitale, ma di certo non si può affermare che le criptovalute si caratterizzano per la stabilità della quotazione visto che per alcune di loro, e per i bitcoin in particolare, il valore è cresciuto a dismisura.

Sulla scia del successo dei bitcoin, sono nate oltre milletrecento valute digitali aventi all’incirca le stesse caratteristiche e le più conosciute (tra cui Ethereum, Litecoin, Dash e Monero, per citarne alcune), possiedono già un patrimonio netto disponibile sul mercato superiore a un miliardo di euro.

Per custodire le valute digitali occorre munirsi di un portafoglio (wallet) che consente di conservare, trasferire, ricevere e tenere conto delle transazioni effettuate. Il portafoglio è un software che una volta installato genera un indirizzo pubblico mediamente composto di trentatré caratteri. L’address è un personale codice identificativo che ha le stesse funzioni di un indirizzo di posta elettronica usato con paypal e può essere tranquillamente diffuso per effettuare le transazioni.

Facili da conservare, veloci e a basso costo nei trasferimenti, garantiscono oltretutto l’anonimato e la certezza della transazione. Le monete digitali sembrano avere tutte le caratteristiche per diventare la valuta del futuro, eppure autorità monetarie e grandi banche si mostrano caute e timorose a riconoscerne i vantaggi.

Qualsiasi tipo di moneta produce reddito da signoraggio e le criptovalute non si sottraggono a questo processo con la differenza, però, che il reddito prodotto dalle monete digitali non finisce nelle casse delle banche centrali ma ai minatori che risolvono i codici che ne proteggono la creazione. Inoltre, essendo ”l’emissione” delle valute programmata tramite apposito software, queste monete mal si prestano a essere utilizzate come strumenti di politica monetaria finalizzati magari al mantenimento della stabilità della valuta ma anche a un’eventuale svalutazione attuata con una massiccia immissione di nuova moneta. Saranno questi i motivi principali di tanto scetticismo e contrarietà nei confronti delle valute digitali da parte di governi, banche e autorità monetarie?

03/12/2017



007 - Basilea 3 e i riflessi su credit crunch e recessione

Salvatore Carrano

Volendo condensare in uno slogan i contenuti salienti di Basilea 3, si potrebbe pensare a: “meno rischi, meno profitti e più capitali”. Se si analizzano i tre elementi, si percepisce l’idea di un accordo che ha l’obiettivo prudenziale di aumentare la sicurezza delle banche.

Il contenimento dei rischi è perseguito con l’obbligo dell’innalzamento del capitale commisurandolo alla quantità dei finanziamenti erogati e tenendo conto del coefficiente di ponderazione, della tipologia di prenditore e delle garanzie a tutela dell’istituto erogante.

Basilea 3 impone alle banche di accantonare un capitale adeguato per fronteggiare perdite impreviste e per garantire la solvibilità anche in situazioni di crisi finanziaria.  Rispetto a Basilea 2, l’evoluzione 3 dell’accordo sui requisiti patrimoniali delle banche obbliga gli istituti di credito a una maggiore capitalizzazione che, a capitale invariato, si traduce in una riduzione della disponibilità di credito da erogare al consumo e alla produzione. L’inasprimento delle disposizioni in materia di requisiti patrimoniali secondo alcuni autorevoli studi comporta, a parità di common equity, una riduzione fino al 39% dei prestiti erogabili dalle banche. In sostanza, le banche per mantenere lo stesso livello di attività di intermediazione raggiunto, devono possedere una maggiore capitalizzazione. L’obbligo di elevare il rapporto equity/asset potrebbe indurre le banche a ridurre la quantità dei prestiti da erogare e tale decisione diventerebbe necessaria qualora le banche non avessero utili da trattenere o azioni proprie da vendere. Le banche che non riescono ad attrarre capitali dimostrano di avere scarsi profitti, ed è un po’ il cane che si morde la coda: il gradimento degli investitori si ottiene con la realizzazione dei profitti e per aumentare i profitti servono nuovi capitali.

La riduzione della quantità di prestiti da erogare provoca una stretta creditizia che rallenta i consumi delle famiglie e certamente non agevola lo svolgimento dell’attività d’impresa. Le banche per contenere la perdita dei profitti indirizzano i prestiti verso quelle aziende che assorbono meno capitale e offrono migliori garanzie sia in termini di redditività e sia in termini di rischiosità. E le PMI sono le prime a essere interessate dal “credit crunch” perché offrono redditività inferiori rispetto alle grandi imprese, presentano meno garanzie di solvibilità e soprattutto, essendo prevalentemente prive di rating, prevedono l’applicazione di coefficienti di ponderazione più alti.

Guarda caso dal 2008 a oggi più di centomila imprese medio-piccole sono fallite causando la perdita di oltre un milione di posti di lavoro e, inoltre, la stragrande maggioranza dei crediti deteriorati che affliggono i bilanci degli istituti di credito, proviene dagli affidamenti alle grandi aziende. Di conseguenza, istintivamente, verrebbe lecito e sacrosanto imputare alle disposizioni contenute nell’accordo conosciuto come Basilea 3 la colpa di aver causato la stretta creditizia e la conseguente fase di recessione dell’economia italiana.

Le disposizioni di Basilea 3, hanno prodotto sì una sensibile contrazione del credito erogato dal sistema bancario, ma al di là di qualsiasi ingannevole apparenza, non hanno contribuito alla recessione, semmai il Comitato è intervenuto per correggere delle misure precedentemente adottate dai vertici economici dell’UE che, attraverso l’ingente immissione di liquidità,  garantivano sostegno alle banche e riduzione del costo del denaro per le imprese ma, come si è potuto constatare poco dopo, anche contrazione della produzione e del reddito.

Generalmente, uno dei principali motivi che spinge le banche a restringere l’offerta di credito deriva da una carenza di liquidità. Negli anni immediatamente successivi allo scoppio della recente crisi, la BCE ha offerto alle sole banche italiane liquidità per 255 miliardi di euro al tasso dell’1%. Questa considerevole massa di liquidità non è, però, stata utilizzata per finanziare le imprese e il consumo, ma è stata investita principalmente in tranquilli titoli di stato che garantivano un rendimento medio del 4%. Era il momento di alleggerire lo spread e le banche hanno ricevuto una vera e propria sovvenzione che le ha protette nella fase più acuta della crisi economica. Poi però la recessione ha azzerato il costo del denaro, l’investimento in titoli pubblici non era più conveniente e le imprese non avevano bisogno di finanziamenti perché i consumi erano crollati. A quel punto le banche, che fino ad allora avevano ben resistito agli effetti della crisi grazie alle “sovvenzioni” della Banca centrale, hanno inevitabilmente evidenziato l’esiguità dei profitti e le difficoltà a recuperare una sostanziosa parte dei prestiti concessi.

Basilea 3 ha introdotto delle disposizioni transitorie finalizzate ad accrescere i coefficienti patrimoniali delle banche mediante politiche di accantonamento degli utili e di aumento di capitale con la raccomandazione di non tralasciare il sostegno all’economia e dal 2011, anno di inizio del periodo di osservazione, il Comitato ha svolto, e continua a svolgere, un sistematico monitoraggio degli effetti che le disposizioni hanno prodotto e produrranno sul sistema creditizio e sulla crescita economica. 

L’accordo di Basilea 3 è maturato proprio per correggere gli “effetti indesiderati” della “cura dei tassi bassi” e del mancato sostegno ai consumi e si pone gli obiettivi (dichiarati o reconditi) di ridurre il denaro in circolazione, pulire i bilanci delle banche azzerando gli NPL e attuare una silenziosa selezione naturale garantendo la sopravvivenza solo agli istituti bancari più sani.

16/10/2017


                                           

 


 



008 - Il disallineamento (temporaneo?) nel settore bancario

Salvatore Carrano

“Siamo colpiti da un nuovo malessere (…..): la disoccupazione tecnologica. Una forma di disoccupazione causata dal fatto che scopriamo nuovi modi per risparmiare lavoro a una velocità superiore di quella alla quale scopriamo nuovi modi per impiegare il lavoro. Ma è soltanto un disallineamento temporaneo”.

È giunto il tempo che Keynes aveva prospettato nel suo breve saggio pubblicato nel 1930 “Possibilità economiche per i nostri nipoti” e questo “nuovo malessere” colpisce le banche in particolar modo.

Antony Jenkins, ex dirigente Barclays, poco più di un mese fa affermava che per le banche arriverà a breve il “Kodak moment” e anche gli istituti di credito di grandi dimensioni che ora godono di buona salute, sono destinati a estinguersi.

All’assemblea Consob del 5 maggio scorso, nel suo ultimo discorso da presidente della Commissione nazionale per le società e la Borsa, Giuseppe Vegas ha dichiarato che le banche tra qualche anno potrebbero diventare degli intermediari finanziari poco convenienti ed essere sostituite dalle imprese fintech nei finanziamenti alla produzione e al consumo.

Giulio Tremonti, ex ministro delle finanze, in un’intervista del mese scorso ha allertato il settore bancario affermando che in autunno potrebbe scoppiare una nuova e violenta crisi finanziaria generata dai sistemi di pagamento e dalla moneta digitale.

A inizio mese, l’ad della Deutsche Bank, John Cryan, ha annunciato che nella sua banca i robot sostituiranno  i dipendenti che compiono operazioni meccaniche e ripetitive.

Circa un anno fa Ennio Doris, presidente di Mediolanum, affermava che le banche avranno la stessa sorte delle cabine telefoniche: dovranno essere rimosse perché più nessuno ci entra.

E con una ricerca mirata sulla rete, le notizie che riportano previsioni catastrofiche, o quanto meno minacciose, sul futuro delle imprese bancarie abbondano e, se se ne parla tanto, qualcosa di vero pure ci sarà.

C’è di vero che l’automazione cancella dei compiti prima eseguiti dal lavoro umano. Nel caso specifico delle banche, le operazioni più comuni compiute allo sportello negli ultimi anni sono calate di ben oltre il 50%. E se in passato i clienti si recavano mediamente in banca almeno due volte al mese, a oggi la frequenza è bruscamente scesa a non oltre tre volte per anno.

C’è di vero, ancora, che negli ultimi dieci anni nel settore bancario si sono persi 50 mila posti di lavoro e nel prossimo quinquennio più di centomila dipendenti, soprattutto sportellisti, dovranno trovarsi una nuova occupazione. E poi, ed è la cosa più grave, non si intravedono prospettive. O almeno, non c’è un piano d’azione comune, elaborato dai diversi management, che dia qualche garanzia di rilancio del settore. Per limitare i disagi derivanti dall’esiguità dei profitti, molti amministratori ricorrono alla riduzione dei costi del personale e chiudono le filiali con meno clienti, ma è solo provvedimento tampone che consentirà di sopravvivere qualche anno o fino a quando le agguerrite imprese fintech non avranno completato il processo di “disruptive innovation”. E allora non ci sarà ottimizzazione che tenga, le banche e i loro tradizionali prodotti saranno fuori mercato.

Già ora, una percentuale superiore al 40% degli utenti preferisce gli strumenti digitali alle operazioni compiute tramite operatore nelle sedi fisiche, ma, appena i Millennials diventeranno la generazione di riferimento per l’utilizzo dei servizi bancari, il mobile banking soppianterà completamente il modo tradizionale di fare banca. Crowdfunding per la raccolta di piccoli capitali dal pubblico dei risparmiatori al posto delle tradizionali operazioni di raccolta fondi praticata dalle banche e peer-to-peer lending per i finanziamenti concessi da privati a privati o a imprese che rimpiazzano le operazioni di impiego fondi. La gestione del risparmio su basi algoritmiche (robo-advisor) che sostituisce le gestioni patrimoniali oppure l’e-payment e i trasferimenti di valuta digitale che pensionano sistemi di regolamento complicati e costosi e ridimensionano fortemente il ricorso ai bonifici. Oltretutto, le imprese fintech sono più veloci nelle decisioni, più efficienti nell’analisi operativa e, per l’assenza dei costi delle filiali, sono per gli utenti meno onerose nelle prestazioni. 

Della riduzione dei costi e della rapidità ed efficienza del servizio ne beneficiano le imprese che ricevono tempestivamente e agevolmente la liquidità immediata necessaria a svolgere l’attività produttiva.

Sembrerebbe un processo inarrestabile, senza soluzione e destinato a concludersi con la scomparsa delle banche come enti di intermediazione finanziaria. Ci sono effettivamente dei presupposti e anche delle autorevoli previsioni che lasciano presagire un travolgimento delle banche per opera della  “disruptive innovation” e questa ipotesi ha tante più possibilità di concretizzarsi quanto più le banche  continueranno a pensare di poter risolvere i problemi che oggi avvertono. Il convincimento di poter risollevare il settore bancario riproponendo un miglioramento dello stesso modello di business finora utilizzato è pura utopia. Le banche dovranno pensare oltre, prendere coscienza della situazione attuale, accettarla e, anticipando le esigenze degli utenti, trasformare la minaccia in corso in un’opportunità che consentirà alle aziende di credito di avere un futuro. Naturalmente, e tornando all’incipit dell’articolo, la temporaneità del disallineamento non potrà mai significare che saranno recuperati quei posti di lavoro perduti per riutilizzarli nelle stesse mansioni lavorative; sarà impossibile. Se però le banche sapranno uscire dal loro isolamento, se utilizzeranno le risorse non per migliorare i tradizionali servizi ma le impiegheranno per lo sviluppo di nuovi prodotti, allora, come alcuni economisti sostengono che il nuovo lavoro nasce dove c’è innovazione, per l’occupazione nel settore bancario c’è da ben sperare.

24/09/2017


 



009 Il salvataggio bancario non è per le banche
Salvatore Carrano

Diversi anni or sono, quando ancora internet non c’era, trovai scritto su un quotidiano, o forse in una rivista, che nella vita bisognerebbe aver letto almeno questi tre libri: l’Ulisse di Joyce, l’Uomo Senza Qualità di Musil e il vocabolario della propria lingua madre. Io avevo già letto i primi due e consideravo il vocabolario, più che un libro, un manuale da consultare ogni qual volta, a vario titolo, ci si cimenti con la scrittura. Incuriosito dalla notizia, decisi di rileggere i due capolavori e quando consultavo il mio Devoto Oli, non mi limitavo più alla sola ricerca del vocabolo che mi interessava, ma mi soffermavo sugli altri termini contenuti nella pagina e, non di rado, con un effetto a catena continuavo senza meta a visionare vocaboli che mi venivano proposti dallo stesso significato della ricerca. Il mio Devoto Oli è ormai malridotto, usurato dalle innumerevoli consultazioni e, ciononostante, sicuramente ancora con delle pagine o frammenti di testo inesplorati. Da un po’ di tempo, l’utilizzo del vocabolario on line ha pensionato il voluminoso tomo, tuttavia “l’incoercibile bisogno” della consultazione non è per niente svanito o diminuito; semmai la dipendenza è persino aumentata. E così, soffermandomi con la mente su un tema finanziario di grande attualità, “l’operazione di salvataggio delle banche venete”, il termine salvataggio mi è sembrato in antitesi con l’esito della vicenda e mi ha spinto per l’ennesima volta a ricorrere alle definizioni e agli esempi contenuti nel dizionario.

Il salvataggio bancario è: “l’intervento da parte dello stato a favore di un istituto di credito in procinto di fallire o in temporanea difficoltà”. La definizione, riportata nel vocabolario on line della Treccani, lascerebbe intendere che lo stato intervenga per evitare il fallimento della Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca consentendo così ai due istituti di credito di continuare a esercitare l’attività bancaria.

Nel comunicato stampa della Comunità europea datato 25 giugno 2017, tra le altre cose si legge: “Poiché le banche destinatarie escono dal mercato…….”.

BPVI e VB sono le banche destinatarie che escono dal mercato e se cessano di esistere, si può parlare di un loro salvataggio? Una ricostruzione dei fatti può aiutare a rendere la complessa vicenda più comprensibile.

Dalle informazioni contenute nel citato comunicato stampa della Comunità europea, risulta che:

·        Banca Popolare di Vicenza (BPVI) è una piccola banca commerciale italiana ubicata in Veneto, attiva soprattutto nelle regioni italiane del nordest. Al 31 dicembre 2016 BPVI contava circa 500 succursali, un organico di 5400 dipendenti, un azionariato costituito da quasi 117.000 soci e rappresentava in Italia una quota di mercato di circa l'1% in depositi e di circa l'1,5% in prestiti. Alla stessa data le attività totali della banca ammontavano a un importo di poco inferiore a 35 miliardi di euro.

·        Veneto Banca è una piccola banca commerciale italiana ubicata in Veneto, attiva soprattutto in Italia settentrionale. Al 31 dicembre 2016 Veneto Banca contava circa 400 succursali, un organico di 5.944 dipendenti, un azionariato costituito da quasi 75.000 soci e rappresentava in Italia una quota di mercato di circa l'1% in depositi e in prestiti. Alla stessa data le attività totali della banca ammontavano a 28 miliardi di euro.

BPVI e Veneto Banca presentano entrambe una percentuale elevatissima di prestiti deteriorati (37% rispetto alla media italiana del 18%) ed elevati costi di esercizio. Sono in perdita da anni.

A causa delle difficoltà finanziarie in cui versavano, le banche hanno subito negli ultimi due anni un'emorragia continua di depositi, perdendone il 44% tra giugno 2015 e marzo 2017”.

Il 23 giugno scorso la BCE considera Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza in dissesto o a rischio di dissesto. La decisione scaturisce dopo che “La Vigilanza bancaria della BCE ha sottoposto le due banche a uno stretto monitoraggio in seguito alle carenze patrimoniali emerse nella valutazione approfondita (comprehensive assessment) del 2014. Da allora, l’azione delle due banche non è stata sufficiente a superare gli elevati livelli di crediti deteriorati e le difficoltà di fondo dei loro modelli di business, determinando di conseguenza un ulteriore deterioramento della loro situazione finanziaria. Nel 2016 il Fondo Atlante ha investito circa 3,5 miliardi di euro in Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Ciò nonostante la situazione finanziaria delle due banche si è ulteriormente deteriorata nel 2017. La BCE ha pertanto richiesto alle banche di presentare un piano di ricapitalizzazione per assicurare il rispetto dei requisiti patrimoniali. I piani industriali sottoposti da entrambe le banche non sono stati ritenuti credibili dalla BCE”.

Secondo la normativa UE, in linea di principio l'ente in dissesto dovrebbe essere liquidato con procedura ordinaria di insolvenza, salvo se l'SRB (Single Resolution Board, in italiano Comitato unico di risoluzione) ritiene che vi sia un interesse pubblico a sottoporlo a risoluzione perché la liquidazione con procedura ordinaria di insolvenza potrebbe compromettere la stabilità finanziaria, interrompere la prestazione di funzioni essenziali e pregiudicare la tutela dei depositanti”.

“Poiché l'SRB è giunto alla conclusione che né per BPVI né per Veneto Banca l'interesse pubblico giustificasse l'avvio di un'azione di risoluzione, le autorità italiane sono quindi tenute a liquidare le due banche secondo le procedure fallimentari nazionali. In questo contesto l'Italia ha stabilito che la loro liquidazione avrebbe prodotto un grave impatto sull'economia reale delle regioni in cui sono più attive. Al di fuori della disciplina europea di risoluzione delle banche, le norme dell'UE offrono all'Italia la possibilità di chiedere alla Commissione il via libera all'impiego di fondi nazionali per agevolare la liquidazione, in modo da attutire l'impatto sull'economia della o delle regioni in questione”.

I quattro presupposti necessari affinché gli aiuti di stato siano ammissibili dalle regole europee sono:

1.     i costi della liquidazione devono essere contenuti al minimo necessario;

2.     gli azionisti e i creditori subordinati devono condividere l’onere dell’operazione;

3.     in caso di acquisizione di un ramo d’azienda da parte di un soggetto terzo, l’operazione non deve pregiudicare le capacità operative di quest’ultimo;

4.     le distorsioni alla concorrenza devo essere limitate.

“La Commissione ha accertato che i provvedimenti in questione sono conformi alle norme UE sugli aiuti di Stato, in particolare alla comunicazione sul settore bancario del 2013. Gli attuali azionisti e detentori di obbligazioni subordinate hanno dato il loro pieno contributo ai costi, alleviando l'onere dell'intervento allo Stato italiano. Le destinatarie dell'aiuto (BPVI e Veneto Banca) saranno liquidate entrambe in modo ordinato e usciranno dal mercato, mentre le attività cedute saranno ristrutturate e ridimensionate considerevolmente da Banca Intesa: questi due fattori combinati limiteranno le distorsioni di concorrenza determinate dall'aiuto”.

Autorizzato a concedere gli aiuti, lo stato italiano “adotterà i seguenti provvedimenti:

·        apporti di capitale per circa 4,785 miliardi di euro;

·        garanzie dello Stato per un massimo di 12 miliardi circa, in particolare garanzie sul finanziamento della massa fallimentare da parte di Intesa. Le garanzie dello Stato sarebbero attivate, in particolare, se la massa fallimentare si rivelasse insufficiente a ripagare Intesa del suo finanziamento”.

“I provvedimenti in questione consentiranno la cessione di parti delle attività delle due banche a Intesa Sanpaolo, trasferimento di dipendenti compreso. L'Italia ha scelto Intesa Sanpaolo come acquirente con una procedura di cessione aperta, equa e trasparente. I provvedimenti previsti consentiranno altresì la liquidazione della massa fallimentare residua, finanziata dai prestiti forniti da Intesa”.

Sia le garanzie sia gli apporti di capitale sono coperti dai crediti di rango più elevato (senior) vantati dallo Stato italiano sulle attività comprese nella massa fallimentare. Di conseguenza, il costo netto per lo Stato italiano sarà nettamente inferiore all'importo nominale dei provvedimenti previsti”.

Il recupero dei crediti deteriorati delle due banche sarà affidato alla Società per la Gestione di Attività Spa, di proprietà del ministero dell'Economia. I proventi che ne deriveranno, serviranno a coprire i debiti nei confronti dei creditori e ridurranno l’impegno dello Sato.

Gli obbligazionisti ordinari e i depositanti non subiranno alcuna perdita e i clienti delle due banche troveranno, come prima, sportelli aperti e addetti disponibili, d’ora in poi alle dipendenze di Intesa Sanpaolo, ad assistere l’utenza nel compiere le operazioni bancarie.  I detentori di azioni e di obbligazioni subordinate, invece, concorreranno al risanamento e potranno essere soddisfatti, appunto in via subordinata, dopo che siano stati rimborsati i creditori senior e solo nel caso lo Stato abbia recuperato per intero l’iniziale esborso anticipato a supporto del provvedimento.

Gli imprenditori individuali o le persone fisiche in possesso di strumenti finanziari di debito subordinato, potranno comunque accedere, a determinate condizioni, alle prestazioni del Fondo di solidarietà previsto dall’articolo 1, comma 855, della legge 28 dicembre 2015, n. 208 e ottenere  l’80% dell’importo pagato per l’acquisto delle obbligazioni.

Il costo dell’operazione è stimato in circa 17 miliardi di euro che saranno prelevati dal fondo “salvarisparmio”. L’aiuto, a sentire il ministro Padoan, sarà concesso “con misure che, non impattano sul deficit”, provocheranno, però, un peggioramento del rapporto debito/Pil dell’uno per cento.

A conclusione, e riprendendo la questione posta all’inizio dell’articolo, il “salvataggio” inteso come conservazione e sottrazione alla rovina o a danni, ha interessato soprattutto il tessuto commerciale e imprenditoriale del territorio di attività delle banche e ne ha sicuramente beneficiato l’economia veneta, ora in ripresa, nel suo complesso. Del “salvataggio” ne hanno anche tratto sollievo depositanti e obbligazionisti ordinari che potranno disporre liberamente dei loro risparmi. I dipendenti, conservando il posto di lavoro, rientrano anch’essi tra i tutelati del “salvataggio” e se nel futuro prossimo Intesa Sanpaolo presenterà un piano di esuberi per 4000 dipendenti e chiuderà metà degli sportelli rilevati, questi provvedimenti non potranno essere imputati al dissesto delle due banche ma al sistema creditizio in generale e provocato principalmente dalla concorrenza delle imprese fintech.

BPVI e VB, invece, sono uscite definitivamente dal mercato e i rispettivi azionisti, condividendo l’onere dell’operazione, hanno perso tutto quello che potevano perdere, la propria quota di capitale.

Allo stato attuale, altre soluzioni, diverse dal sottoporre le due banche a liquidazione coatta amministrativa con l’impiego di fondi nazionali per agevolare la liquidazione, non avrebbero garantito costi minori per i contribuenti e così pochi disagi per clienti, imprese e risparmiatori. Solo sistematici controlli preventivi per sanare il danno sul nascere avrebbero potuto fare di meglio, impiegando zero risorse pubbliche e “salvando” anche le due banche, ma così non è stato.

 



01 - GENESI, NORMATIVA E STATO ATTUALE DELLE FONDAZIONI DI ORIGINE BANCARIA

Salvatore Carrano

Nel 1936 in Italia si realizzò una completa riforma bancaria che ha disciplinato il sistema creditizio italiano fino agli inizi degli anni 90. Tale riforma contemplava il principio della specializzazione temporale del credito e distingueva gli istituti bancari che operavano a breve termine (max 18 mesi) dagli istituti di credito di diritto speciale che invece svolgevano attività di intermediazione unicamente a medio e lungo termine. La separazione dell’esercizio del credito mirava soprattutto a proteggere gli interessi dei risparmiatori rafforzando la stabilità delle banche per evitare i dissesti finanziari verificatisi negli anni precedenti all’approvazione ..... continua a leggere


1 CONVEGNO

"La ricchezza della nazione. Educazione finanziaria e tutela del risparmio"

di Gerardo Coppola, che ha partecipato al citato Convegno

 

Gli esponenti della Commissione Finanze, Vegas della  Consob, Visco di Banca Italia, Padoan del Ministero delle Finanze hanno illustrato le iniziative svolte di propria competenza e ripercorsa la road map dei mesi a venire. E' seguita una tavola rotonda con una dozzina di rappresentanti di associazioni di imprese finanziarie. 

 

In sostanza, con la legge di conversione del decreto legge 237/2016 a metà febbraio 2017 si introducono per la prima volta in assoluto nel nostro Paese disposizioni legislative concernenti l' educazione finanziaria, assicurativa e previdenziale. Essa e' definita come il processo attraverso cui le persone migliorano la comprensione dei prodotti finanziari e sviluppano le competenze per individuare rischi e opportunità  nel mondo della finanza. Il Mef e il Miur dovranno presentare entro il 22 agosto il Programma per la strategia nazionale sulla base delle conclusioni di un apposito Comitato che avrà il compito di promuovere e programmare tutte le iniziative. La previsione di una cabina di regia e' dovuta alla necessità di coordinamento delle tante iniziative censite in un precedente convegno del gennaio 2017. Sono  circa 300 soggetti attivi che compongono un quadro estremamente frammentato ed estemporaneo  della formazione in banca e finanza. 

 

Nel corso di questo primo e importante Convegno, si e' ribadito che l'educazione finanziaria ha un alto valore strategico, promuove il concetto di cittadinanza economica basata sulla responsabilità nelle scelte individuali e completa la stagione delle riforme sul sistema bancario. Nel fissare gli obiettivi e le priorità' bisognerà' allineare il nostro Paese alle migliori prassi internazionali e, con uno sguardo retrospettivo alla nostra storia. A quanto scritto da Luigi Einaudi nel 1921: "il risparmiatore deve studiare attentamente con prudenza e senza ingordigia, le occasioni di impiego che di volta in volta si presentano" perchè "sarebbe un gran male se la crisi di borsa spaventasse i risparmiatori contro tutti gli investimenti industriali".

 

L' educazione finanziaria arriva tardi in Italia ma è finalmente benvenuta e potrà' apprendere molto da quel che e' accaduto nella fase preliminare della sua esistenza durata quasi 10 anni. In questo periodo, infatti, la situazione delle banche si e' fortemente deteriorata e in molte aree del paese sono scomparse proprio quelle più ' vicine ai risparmiatori: le banche del territorio.

 

In conclusione, ignorare domande del tipo come risparmiare sui servizi bancari o se i risparmi sono al sicuro presso una determinata banca significa credere che l'educazione finanziaria sia una passeggiata, un pannicello caldo. Si rafforzerebbe allora l'idea degli scettici che vi intravedono il rischio che si vogliano vendere determinati prodotti finanziari a scapito di altri o che sia una pudica foglia di fico per rimediare agli errori di chi dovrebbe controllare, autorità di vigilanza incluse. 



1) Rischi, convenienza e buoni propositi dei Pir
                                                                                                                                                     Salvatore Carrano

Promuovere un rendimento esentasse e nello stesso tempo finanziare soprattutto delle imprese nazionali emergenti e promettenti, sono delle finalità sicuramente lodevoli, anche abbastanza allettanti e persino un po’ protezionistiche. Fino a trentamila mila euro l’anno, per un massimo di 150 mila euro da mettere a frutto senza subire trattenute sulle plusvalenze e, per questo, con un potenziale rendimento sicuramente vantaggioso rispetto a qualsiasi altro investimento soggetto a tassazione. Mi riferisco ai piani individuali di risparmio, i Pir appunto, dei prodotti finanziari per ora poco conosciuti, ma che stanno molto incuriosendo la scena degli investimenti privati a medio-lungo termine. Nello specifico i Pir:

·        Sono Piani di risparmio individuali che consentono investimenti in azioni, obbligazioni, fondi comuni, polizze, depositi in conto corrente e altro ancora;

·        Sono riservati unicamente alle persone fisiche e ogni risparmiatore può sottoscrivere un solo piano di risparmio per un investimento massimo di 150 mila euro e con importi non superiori ai 30 mila euro per ogni anno;

·        Prevedono che il 70% della somma investita sia utilizzato per l’acquisto di obbligazioni o azioni emesse da aziende italiane che non operano nel settore immobiliare. Le imprese possono anche essere europee ma devono avere “pianta stabile” in Italia. Inoltre, il 30% di questo primo importo percentuale, corrispondente al 21% del totale investito, deve riguardare società non comprese nell’indice Ftse Mib. Il rimanente 30% dell’importo del piano di risparmio può essere utilizzato per l’investimento in un qualsiasi altro genere di prodotto o strumento finanziario, compresi i depositi bancari;

·        Godono dell’esenzione fiscale per i redditi di capitale e i redditi diversi percepiti dall’investimento. (Casse di previdenza e Fondi pensione che investono in imprese italiane fino al 5% dei loro attivi, parimenti beneficiano della detassazione);

·        Per usufruire dell’esenzione fiscale devono essere mantenuti in portafoglio per almeno cinque anni. Un riscatto anticipato è sì possibile, ma comporta la perdita dei benefici fiscali e costringe l’investitore al versamento della ritenuta sulle plusvalenze del 26% (o 12,5%) e al pagamento degli interessi per gli anni precedenti sui quali la trattenuta non è stata effettuata. Azioni e obbligazioni emesse da uno stesso ente non possono superare il 10% del portafoglio e lo stesso limite percentuale vale anche per i depositi liquidi in conto corrente;

·        Avendo un taglio minimo di sottoscrizione pari a 500 euro, possono essere per i piccoli risparmiatori un investimento a vita; versando in più soluzioni, come in un piano di accumulo, 1500 euro per anno, i Pir avrebbero la durata di un secolo.

Banche, SGR e imprese assicurative sono in fermento per essere pronte, magari anticipando la concorrenza, a offrire alla clientela i nuovi prodotti. Alcuni gestori di fondi hanno già disponibili gli inediti strumenti finanziari e le compagnie assicurative c’è da scommettere che a breve lanceranno sul mercato polizze Pir. Le banche in teoria potrebbero confezionare da subito appositi conti correnti Pir e utilizzare la consistenza del deposito per investimenti in azioni, obbligazioni e altri prodotti finanziari che rispettano la normativa dei Piani di risparmio.

Non è ancora certo, comunque, che i Pir diventeranno un tipico prodotto bancario e se succederà, gli istituti di credito dovranno competere con le società di gestione dei fondi che risultano avvantaggiate nella diffusione dei nuovi strumenti finanziari. In ogni caso, le banche sicuramente si adegueranno alla domanda e appronteranno le opportune strategie per reggere la concorrenza.

La convenienza a sottoscrivere un Pir è legata principalmente all’esenzione fiscale, quindi, più alto sarà il rendimento del piano e maggiore sarà, per l’investitore, il beneficio derivante dalla mancata applicazione della trattenuta. Se però commissioni di ingresso, di gestione e di performance dovessero risultare eccessivamente onerose, il vantaggio di rendimento si assottiglierebbe e il prodotto potrebbe perdere di attrattiva. I primi piani individuali di risparmio immessi sul mercato applicano una commissione di ingresso e una di gestione che oscillano tra l’1,5 e il 2%. Sulla performance che supera il valore di riferimento, la percentuale della commissione subisce un repentino balzo verso l’alto, addirittura fino al 20%.

Le commissioni trattenute da banche e gestori dei piani sicuramente rosicchieranno parte del vantaggio derivante dall’esenzione fiscale. Sarà da vedere se prevarrà l’ingordigia, oppure se, contando sulla quantità dei risparmi raccolti (si parla di venti miliardi in cinque anni), i gestori si accontenteranno di un equo e moderato compenso che non abbatta troppo, o del tutto, i benefici fiscali.

Alcuni operatori del settore, pur ammettendo che l’esenzione fiscale possa produrre per gli investitori un reale maggior profitto, allertano i risparmiatori sia sul rischio geografico derivante dall’obbligo di “investire italiano” e sia sulla limitata possibilità che presenta la normativa dei Pir di diversificare gli investimenti. In effetti, l’obbligo di dover sottoscrivere titoli emessi da imprese italiane per il 70%, espone i risparmiatori al “rischio Paese”, ossia a risentire di un’eventuale crisi economica nazionale che immancabilmente si ripercuoterebbe anche sulla salute delle imprese. Tuttavia, la possibilità di riservare il 30% dell’investimento all’acquisto di titoli esteri e nel restante 70% comprendere anche valori mobiliari emessi da società europee che magari hanno solo una rappresentanza in Italia (su questo punto la normativa sui Pir non è sufficientemente precisa e si aspettano chiarimenti da parte delle autorità competenti), consente che una consistente frazione di portafoglio possa essere selezionata unicamente in base alle aspettative di trend senza tener conto della nazionalità dell’ente emittente.

Il rischio diversificazione è persino più remoto di quello geografico perché la limitazione all’acquisto di titoli non emessi da società quotate nell’indice Ftse Mib, è appena di un quinto del portafoglio. Di conseguenza, già l’applicazione di una selezione di titoli non focalizzata sui settori o sulle aree geografiche da parte del gestore, di per sé porta ad avere in portafoglio una quantità maggiore del 21% di azioni e obbligazioni scelte con la strategia dello “stock picking”.

In un momento di incertezza economica che disorienta il risparmiatore e di frequente lo spinge a frenare gli investimenti anche per l’esiguità dei rendimenti, i Pir dovrebbero riscuotere senza riserve il favore della clientela retail. Se poi questi risparmi, che dovranno soprattutto finanziare delle imprese nazionali povere di capitale, ma innovative, dinamiche e con elevati potenziali di crescita, contribuiranno anche al rilancio dell’economia italiana, allora non si può che sperare nel pieno successo di questi prodotti.



1a) Tapering: ovvero la lenta fine del quantitative easing

                                                                                                                                                       Salvatore Carrano

Sabine Lautenschläger, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, preme per la soppressione, seppure graduale, delle misure che hanno lo scopo di immettere denaro in circolazione, sostenendo che in Europa l’inflazione media è ormai sopra l’uno percento con un valore massimo prossimo al 2% in Germania. Ci sono, pertanto le condizioni per rallentare l’acquisto di asset sul mercato da parte della Bce. Lautenschläger non è la sola del Comitato esecutivo a ritenere che occorra uscire, quanto prima e gradualmente, dal Quantitative easing. Draghi comunque rassicura che, almeno per il corrente anno, non è prevista, a parte quella già deliberata,  una riduzione degli acquisti mensili da parte della Banca Centrale e addirittura, se necessario, potrebbe ripristinare il valore di acquisti precedenti alla diminuzione.

A inizio dicembre scorso la Bce, in una movimentata riunione, ha riconfermato l’estensione del Qe per tutto il 2017 ma, da aprile prossimo gli acquisti saranno ridotti di un quarto, passando da ottanta a sessanta miliardi.

Il tapering consiste nel rallentamento dell’acquisto dei titoli pubblici da parte di una banca centrale e, quindi da aprile ufficialmente la Bce ne darà, con la riduzione degli acquisti appunto, ufficiale attuazione.

Il persistere dei tassi bassi e l’estensione per tutto il 2017 del Qe, farebbero pensare a una vittoria indiscussa e su ogni fronte della linea di Draghi. In realtà è un trionfo a tempo, con un primo segnale di resa già ad aprile che diverrà ritirata nel 2018, quando probabilmente la Bce sospenderà o ridurrà drasticamente l’acquisto di titoli pubblici e deciderà per il rialzo dei tassi di riferimento.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 


1b) Il malessere del settore bancario è il riflesso del malessere economico di uno Stato

                                                                                               Salvatore  Carrano

Qualche anno fa diversi opinionisti economici imputavano all’euro gravi responsabilità del perdurare e dell’aggravarsi della crisi finanziaria. Pensai così di esprimere il mio parere e nel luglio 2012, ebbi a scrivere: “La moneta unica contribuisce da sola (o quasi) al rafforzamento dell’Ue. …. quel minimo di integrazione europea che si è avuta è avvenuta con l’economia e non con la politica”. Ora non voglio scrivere ancora dell’euro, ma una casuale lettura del “Five Presidents’ Report”, pubblicato l’anno scorso, mi offre lo spunto per rilanciare un’osservazione al mancato compito della politica nella costruzione dell’Europa unita.

La relazione di Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, in stretta collaborazione con Donald Tusk, Martin Schulz, Jeroen Dijsselbloem, e Mario Draghi, rispettivamente presidenti del Consiglio europeo, del Parlamento europeo, dell’Eurogruppo e della Bce, inizia con una definizione che dà immediatamente l’idea di quanto ci sia ancora da costruire e unificare per considerare l’Europa uno stato. “L’Unione economica e monetaria (UEM) assomiglia oggi ad una casa costruita nel corso di decenni ma solo parzialmente completata, di cui si sono dovuti stabilizzare in fretta e furia pareti e tetto quando è scoppiata la tempesta”.

La tempesta è la crisi finanziaria che, partita dagli USA, ha investito violentemente, ma non tutti nella stessa misura, i paesi dell’UE. E si sa che fondamenta stabili e mura robuste consentono una maggiore resistenza ai fenomeni avversi. Ma l’Europa è ancora troppo fragile, ne sono coscienti anche i cinque presidenti e, proprio per questo, nel documento promettono che “È ormai giunto il momento di rafforzarne le fondamenta e di trasformarla in quello che l’UEM avrebbe dovuto essere: un luogo di prosperità, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, un’economia sociale di mercato competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale. Per raggiungere questo risultato dovremo adottare ulteriori misure al fine di completare l’UEM”.  L’Europa è anche troppo fragile a causa delle divergenze che continuano a persistere nella zona euro. Occorre, secondo i redattori del documento, intervenire, e anche con tempestività, “su quattro fronti: in primo luogo, verso un’Unione economica autentica che assicuri che ciascuna economia abbia le caratteristiche strutturali per prosperare nell’Unione monetaria. In secondo luogo, verso un’Unione finanziaria che garantisca l’integrità della nostra moneta in tutta l’Unione monetaria e accresca la condivisione dei rischi con il settore privato. Ciò significa completare l’Unione bancaria e accelerare l’Unione dei mercati dei capitali. In terzo luogo, verso un’Unione di bilancio che garantisca sia la sostenibilità che la stabilizzazione del bilancio. E, infine, verso un’Unione politica che ponga le basi di tutto ciò che precede attraverso un autentico controllo democratico, la legittimità e il rafforzamento istituzionale”.

L’intervento sul fronte finanziario include anche il completamento dell’unione bancaria attraverso delle misure intese a regolamentare uniformemente “il risanamento e la risoluzione delle banche da parte di tutti gli stati membri”.  

Attualmente, il settore bancario e, in particolar modo quello italiano, soffre l’adattamento  “all’innovazione dirompente” e l’enorme massa dei crediti deteriorati, l’inappagante redditività e l’eccessivo utilizzo del lavoro umano nelle mansioni ripetitive, rendono le banche più vulnerabili agli attacchi delle imprese fintech. La crisi finanziaria, poi, rischia, qualora non ci siano interventi efficienti e risolutori, di dare il definitivo colpo di grazia a un settore trascurato nelle riforme e spesso munto dalla politica.

All’inizio della crisi molti commentatori accreditati sostenevano che le banche italiane erano solide, adeguatamente capitalizzate e perciò avrebbero ben sopportato i minacciosi effetti della crisi.

E allora, se a inizio crisi le banche italiane erano sane e performanti, mentre adesso l’intero settore attraversa un momento congiunturale, per dirla con un eufemismo, non certo favorevole, è evidente che la crisi le ha quanto meno indebolite. E per quali motivi?

·        Forse che i provvedimenti anticrisi adottati dai governi o dalle autorità monetarie sono stati inadeguati, inefficaci o addirittura controproducenti? Es. la cura dei tassi bassi.

·        Credito alla produzione e al consumo finanziati dalle banche hanno generato sofferenze a causa del perdurare della crisi che ha ridotto la capacità di spesa delle famiglie, quindi i consumi, e costretto molte imprese a chiudere o ridimensionare la produzione per carenza di ricavi nelle vendite?

·        Gli attacchi delle imprese fintech hanno contribuito a diminuire le attività svolte e i ricavi delle banche risaltandone i costi eccessivi e l’organizzazione ormai obsoleta?

Spesso si è pensato che le banche fossero il motore dell’economia e potessero essere determinanti per lo sviluppo industriale e commerciale di un paese. A quanto sembra, però, in caso di crisi, le banche subiscono pesantemente il calo dei consumi delle famiglie e la diminuzione delle vendite delle imprese. Accumulano così sofferenze e riducono impieghi e profitti. Le banche più che il motore, probabilmente sono lo specchio dell’economia e riflettono, purtroppo anche assorbendole, le dannose conseguenze delle fasi economiche depressive. “Banche sane in un’economia sana”: chissà se governi e autorità monetarie avessero polarizzato i provvedimenti anticrisi unicamente a preservare la capacità di spesa delle famiglie e a contrastare il calo dell’occupazione, in tal caso, le banche avrebbero comunque manifestato i problemi di solvibilità e redditività che ora accusano?



1c) Banche: più redditi e meno sofferenze

                                                                                                                      Salvatore Carrano

Se il 4 dicembre prossimo vince il No, otto banche italiane rischiano il fallimento; per colpa delle banche italiane, secondo Steve Eisman, l’Europa sarà investita da una crisi finanziaria paragonabile a quella causata dai subprime in America e il Broker Berenberg ravvisa la necessità di ripulire i bilanci bancari svalutando ulteriormente i crediti deteriorati. Tre segnali di forte criticità che, insieme e insistentemente, convergono sul sistema bancario italiano.

Solitamente, finché un segnale resta confinato nel campo dell’ipotesi incerta, è bene evitare di prendere decisioni affrettate, creerebbero solamente pericolosi allarmismi. Quando però diversi indicatori confluiscono sullo stesso elemento considerandolo decisamente critico, allora conviene agire e tentare di prevenire, o almeno contenere controllandole,  le travolgenti e ingovernabili conseguenze.

Monte dei Paschi di Siena, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara sono gli otto istituti di credito a rischio fallimento nel caso di un’eventuale vittoria del No. Le banche menzionate presentano crediti deteriorati per oltre 50 miliardi di euro e per essere salvate servirebbero, a sentire le fonti governative, 4 miliardi. In verità, la cifra necessaria per il salvataggio delle banche in difficoltà è destinata almeno a raddoppiare considerato che l’assemblea dei soci della sola banca toscana, per scongiurare la risoluzione, ha approvato un aumento di capitale da 5 miliardi di euro.

I crediti deteriorati lordi della Monte Paschi risultano pari a circa 45 miliardi di euro e le altre sette banche figurano anch’esse nella lista degli istituti di credito italiani con maggiori quantitativi di Npl in portafoglio. Inoltre, per tutte e otto le banche, il livello medio di copertura del totale dei crediti deteriorati è di poco inferiore al 50%, mentre l’incidenza media rispetto agli impieghi si attesta intorno al 20%, con punte massime superiori al 30%.

Steve Eisman, l’ispiratore de “La grande scommessa”, in un’intervista rilasciata a “The Guardian”, è convinto che le banche italiane, traboccanti di crediti deteriorati, saranno la causa scatenante di una nuova e violenta crisi finanziaria che investirà l’intera Europa. Il Finanziere americano sostiene che le banche italiane riportano in bilancio le esposizioni in sofferenze valutate per un valore raddoppiato (e anche oltre) rispetto a quello reale.

Le banche italiane soffrono di 360 miliardi di euro di Npl. La valutazione in bilancio di questi crediti è prossima al 50%, mentre il valore di mercato si aggira intorno al 20%. Cento miliardi di euro di sopravvalutazione che, decidendo di ripulire i bilanci bancari, causerebbero non pochi problemi di insolvenza a diversi istituti di credito.

Nel caso specifico dell’istituto senese, i crediti deteriorati indicati in bilancio per 45 miliardi, valgono in realtà solo 18 miliardi  e i 27 miliardi mancanti, qualora non venissero fronteggiati, non solo assorbiranno i 9 miliardi di patrimonio netto ma, impietosamente, provocheranno anche un’eccedenza del passivo in bilancio.

Gli analisti del Broker Berenberg, in un rapporto pubblicato pochi giorni fa, evidenziano che il livello delle sofferenze bancarie del 10,4%, al netto degli accantonamenti, sul totale dei crediti è comunque ancora troppo elevato e, pertanto, servono sia ulteriori svalutazioni dei crediti deteriorati e sia nuovi accantonamenti, per almeno altri 45 miliardi, oltre ai 5 già previsti per il Monte dei Paschi.

Le banche italiane “soffrono di troppe sofferenze”, hanno urgente bisogno di capitali per evitare il rischio di insolvenza e, quindi, un aiuto di stato per lo smaltimento degli Npl, sembrerebbe tanto doveroso quanto lecito. Riflessioni meno buoniste e più orientate alla logica del profitto, consiglierebbero, però, di concedere gli aiuti qualora i beneficiari ne potessero fare un uso fruttuoso. Possono ancora le banche produrre redditi soddisfacenti con i costi fermi a quando i ricavi erano molto più sostanziosi degli attuali? La (scarsa) redditività delle banche è, purtroppo, il problema e, senza risolverlo, anche gli aiuti per smaltire i crediti deteriorati finirebbero per essere un tampone che pone solo provvisorio rimedio all’urgenza delle sofferenze.



1d) Un esercizio di valutazione approfondita della BCE

                                                                                                                                                                             Salvatore Carrano

La BCE, a inizio novembre, ha concluso un “esercizio di valutazione approfondita” su quattro banche europee, tra le quali è compresa l’italiana Banca Mediolanum S.p.A.. I risultati della valutazione, per le sole tre banche (tra cui la Mediolanum) che hanno fornito il consenso alla divulgazione, sono disponibili sul sito della BCE https://www.bancaditalia.it/media/bce-comunicati/documenti/2016/ssm_sr161104_it.pdf.

La “valutazione approfondita” è obbligatoria per quelle banche che sono già, o lo saranno in seguito, “sottoposte alla vigilanza diretta della BCE sulla base dei criteri di significatività di cui all’articolo 6, paragrafo 4, del Regolamento (UE) n. 1024/2013”.

Il suddetto articolo, nel paragrafo menzionato, disciplina i poteri di vigilanza della BCE “rispetto a enti creditizi, società di partecipazione finanziaria o società di partecipazione finanziaria mista, ovvero succursali, stabilite in Stati membri partecipanti, di enti creditizi stabiliti in Stati membri non partecipanti. Pertanto, le succursali stabilite in uno Stato membro partecipante da un ente creditizio stabilito in uno Stato terzo non rientrano nelle funzioni di vigilanza attribuite alla BCE. Di conseguenza, tali succursali non sono soggette agli obblighi di segnalazione di cui al presente regolamento. Inoltre, le succursali stabilite in uno Stato membro partecipante da un ente creditizio stabilito in un altro Stato membro partecipante dovrebbero essere escluse da tali obblighi di segnalazione perché tali obblighi devono essere applicati al livello del soggetto vigilato che ha stabilito la succursale”.

La valutazione è avvenuta esaminando la qualità degli attivi (asset quality review, AQR) ed effettuando una prova di stress.

Il giudizio della valutazione espresso dalla BCE è il seguente:

“Nessuno dei tre intermediari ha registrato valori inferiori alle relative soglie di riferimento per effetto dell’AQR e della prova di stress; le banche non presentano quindi carenze patrimoniali in esito alla valutazione approfondita”. E, continuando: “Tuttavia, coerentemente con l’approccio adottato per gli esercizi del 2014 e del 2015, ci si attende che le banche intraprendano azioni mirate a fronteggiare i rilievi qualitativi emersi dall’AQR, ad esempio le carenze in tema di politiche e processi e gli elementi di debolezza relativi ai sistemi informativi”. La seconda parte del giudizio espresso dalla BCE sembra smentire l’apprezzamento iniziale sulle banche esaminate rilevando, infatti, “carenze” di processi e “debolezze” legate all’informatizzazione e  all’innovazione tecnologica.

I criteri Eba per la valutazione degli attivi, prevedono che il capitale primario (azioni ordinarie e riserve di utili) non potrà essere inferiore a una percentuale calcolata sul complesso degli investimenti effettuati dalla banca.

Dai valori risultanti dalla valutazione, nessuna delle tre banche dovrà procedere ad aumenti di capitale per far fronte ai rischi operativi, nello stesso tempo, però, la BCE segnala dei rilievi qualitativi (evidentemente non di capitale), forse organizzativi e di “rinnovamento digitale” che dovranno essere affrontati e gestiti dalle banche esaminate. Il documento pubblicato dalla Banca d’Italia è soltanto un comunicato stampa schematizzato, conciso e conforme al tipo di informazione che intende diffondere, tuttavia, la curiosità di conoscere quali indicatori spingano la BCE a esprimere un giudizio, per quanto chiaramente positivo sulle carenze patrimoniali, almeno altrettanto poco rassicurante sui piani strategici e operativi delle banche valutate, resta insoddisfatta. E comunque, non c’è minimamente motivo di dubitare sulla rigorosità e sull’ottemperanza della valutazione effettuata, né tanto meno si possono ipotizzare intendimenti tendenziosi o finalizzati ma, l’assenza di qualsiasi commento esplicativo, sui segnali che motivano le preoccupazioni espresse con dei rilievi qualitativi solo congetturati e presunti, un po’ disattende le aspettative promesse dal tipo di valutazione (approfondita).



1e) Perché far parte di un’Associazione di professionisti di banca

                                                                                                                 Salvatore  Carrano

Proprio alcuni giorni or sono, l’Italia ha perso l’ultima delle A ed è piombata inesorabilmente nella seconda serie, tra quei paesi che offrono deboli garanzie e immagine di dubbia affidabilità agli investitori esteri.

Su cosa significhi essere una nazione tra le prime dieci economie nel mondo, caratterizzata, però, da una solidità poco protetta dalle circostanze avverse, nei giorni scorsi se ne è parlato tanto e tutti i maggiori quotidiani hanno dedicato più di un articolo all’importante fatto economico.  Le notizie sull’argomento hanno riportato dettagliatamente le motivazioni per le quali la società di rating canadese, ha deciso di privare l’Italia di quell’ultimo giudizio da prima della classe.

Ebbene una delle cause principali, se non la principale, per cui l’Italia è stata declassata, è la scarsa efficienza del nostro sistema bancario. La DBRS, in definitiva, ritiene insufficiente il piano di salvataggio bancario approvato dal governo ritenendolo solo un tampone per aiutare qualche istituto di credito a sopravvivere e sostenendo ancora che un sistema bancario ammalato non potrà fungere da sviluppo all’economia del Paese. L’Italia produrrà, così, nuova disoccupazione, debito pubblico in aumento e affanni di redditività per le imprese industriali e commerciali.

Evidentemente un sistema liberista non può fare a meno delle banche e, nel bene e nel male, esse rappresentano uno strumento irrinunciabile alla crescita economica e, quindi, tanto vale averle efficienti, sane e adempienti alle loro indispensabili funzioni.

Non si riesce, però, a capire perché i governi non ne riconoscano la loro essenzialità e approvino in tempi brevissimi delle riforme che diano al settore bancario capacità, norme e tranquillità operativa per esercitare proficuamente l’attività di intermediazione e continuare a fornire il necessario supporto all’economia.

Forse che i governi avvertano il bisogno di sentire delle opinioni, di avere delle motivazioni o di poter disporre, prima di impegnarsi nella gravosa copertura finanziaria, dei necessari convincimenti che in assenza di un adeguato sostegno finanziario fornito dalle banche non vi potrà essere ripresa economica stabile e duratura? Probabilmente si sta solo sottovalutando l’importanza del settore bancario e il potere politico sembra orientato più a occuparsi dei salvataggi dei singoli istituti in difficoltà piuttosto che a sanare l’intero sistema. Si salvano le singole banche per poi farle deperire, tutte insieme, in un acquitrino insalubre.

La Nostra Associazione (AnalisiBanka) è fermamente convinta che le banche svolgano funzioni insopprimibili favorendo, attraverso la raccolta e la redistribuzione del risparmio, la crescita e lo sviluppo dell’intero sistema economico di una nazione.

Per tale motivo AnalisiBanka mira a dare un costante e poliedrico contributo alla cultura e all’evoluzione del settore bancario attraverso studi, idee, riflessioni e approfondimenti tematici.

Non vogliamo, però, essere per pochi e pensiamo che più siamo e più il contributo di idee all’interno di AnalisiBanka possa essere stimolante e fruttuoso. Ti chiediamo, perciò, se lavori nel settore, se sei un esperto, se hai innovazioni da proporre o semplicemente dialogare di banche occupa un po’ del tuo tempo quotidiano, di iscriverti e collaborare con la Nostra Associazione.

Per informazioni: analisibanka@analisibanka.it



2 Le priorità velate del Comitato di Basilea


                                                                                                                                 Salvatore Carrano

Nel settore bancario si fa un gran parlare di modelli interni e di regole che modulano il capitale delle banche a copertura dei rischi di credito, operativi e di mercato. E in una recente dichiarazione rilasciata ai cronisti prima di un incontro ufficiale con la Commissione del Parlamento europeo a Bruxelles, il Segretario Generale del Comitato di Basilea, William Coen, afferma che le nuove norme, conosciute come Basilea IV, sono proprio finalizzate a interrompere la discrezionalità nel quantificare l’accantonamento di capitale per coprire questi rischi. Le posizioni tra Europa e Stati Uniti d’America al riguardo sono ancora molto distanti, ma la stampa specializzata dà per certo che ci si accorderà entro inizio anno prossimo aumentando (si parla del 10%) la misura dell’accantonamento di capitale e standardizzandone anche le modalità di determinazione.

Le banche sono in agitazione perché temono che il prospettato incremento degli accantonamenti di capitale renderà l’attività di intermediazione poco conveniente e indurrà gli istituti di credito, soprattutto con le imprese che presentano un basso rating, a rinunciare all’impiego dei fondi.

È fin troppo evidente che prevenire situazioni di criticità, causate da sofferenze su affidamenti, è legittimo quanto benefico per il sistema bancario, tuttavia le misure che si intendono adottare lasciano qualche dubbio sull’effettivo obiettivo da centrare e alimentano sospetti che il proposito dichiarato dalle autorità creditizie internazionali sia solo secondario rispetto ad altre velate priorità perseguite e ottenibili con i provvedimenti annunciati.

La riduzione delle somme che le banche possono utilizzare per l’impiego fondi provoca una diminuzione della liquidità in circolazione e produce, come diretta conseguenza, anche un aumento del costo del denaro. A breve probabilmente la Bce aumenterà i tassi di riferimento e l’inflazione, lentamente, riprenderà il suo cammino in salita. Le autorità monetarie non avranno più da preoccuparsi per la deflazione e il quantitative easing fra un po’ di tempo sarà solo un ricordo. I giornali finanziari dedicheranno, già nel prossimo anno, titoli e commenti alle manovre governative per contenere l’inflazione e i sindacati premeranno per agganciare salari e stipendi alla perdita del potere di acquisto delle retribuzioni. È intuibile che la prima delle priorità velate sia la riduzione della liquidità in circolazione e il conseguente aumento del costo del denaro.  

Altra priorità nascosta e perseguibile con l’incremento dell’obbligo di accantonamento di capitale è lo sfoltimento degli istituti bancari, a cominciare dai più piccoli e dai meno capitalizzati.

La principale fonte di reddito delle banche deriva dall’attività di intermediazione e, quando diminuisce il capitale disponibile per le operazioni di impiego, proporzionalmente diminuiscono anche i ricavi. Per i piccoli istituti di credito che non hanno la possibilità di ridurre i costi fissi con la crescita dimensionale, i minori ricavi possono assottigliare talmente la redditività fino a produrre un risultato economico negativo. E un’impresa che non produce reddito, quasi sempre chiude, si cede o viene incorporata; tutte eventualità che ne fanno cessare la sua esistenza.

Proprio quello che molti economisti e studiosi dei mercati finanziari invocano: una radicale potatura degli istituti di credito come primario provvedimento per risanare il settore bancario.

E lo vuole anche l’Europa, altrimenti perché Coen, nella stessa occasione, avrebbe dichiarato “Che è stata scelta dell'UE di applicare le regole di Basilea a tutte le banche e non solo a quelli grandi, come negli Stati Uniti”?

Inoltre, se l’obiettivo fosse unicamente quello di dare maggiore stabilità al settore bancario, perché le autorità monetarie limitano i provvedimenti al solo aumento del capitale regolamentare necessario per sostenere i diversi rischi finanziari e non disciplinano anche i criteri per la valutazione dei requisiti di redditività e solvibilità delle imprese che richiedono i finanziamenti? Il volume degli impieghi resterebbe complessivamente invariato, ma ne trarrebbe giovamento il sistema finanziario con l’abbattimento dei crediti deteriorati. Naturalmente basterebbero meno riserve di capitale per coprirsi dai diminuiti rischi operativi e nemmeno il sistema economico ne sarebbe svantaggiato per le maggiori difficoltà a ottenere prestiti, perché finanziare chi non genera reddito provoca solo sofferenze e non produce nessun reale beneficio alla crescita economica di una nazione.



2 Perché un centinaio di Bcc è contro il gruppo unico?

                                                                                

Salvatore Carrano

Dopo diversi mesi di infruttuose trattative intese a trovare un accordo che potesse scongiurare la nascita di nuovi soggetti aggregatori a capo delle banche cooperative, al convegno “Riforme e territori” svoltosi al Centro congressi di Verona-Fiere, Cassa Centrale Banca il 13 ottobre scorso si è candidata (in aggiunta a ICCREA) a seconda capogruppo delle Bcc italiane. L’annuncio ai circa ottocento presenti è stato dato sia da Giorgio Fracalossi e sia da Mario Sartori, rispettivamente presidente e direttore generale di Ccb. Non è stata una novità assoluta e né tanto meno c’è stata sorpresa nel comunicato, piuttosto si è trattato di una conferma alle voci che già da qualche tempo circolavano con una certa insistenza negli ambienti del credito cooperativo.  E difatti nel marzo scorso, subito dopo l’approvazione della riforma delle Bcc, alcuni istituti ribelli autodefinitesi virtuosi e caldeggiati da Cassa centrale banca, manifestavano più o meno apertamente il loro dissenso ad aderire a quell’unico gruppo romano espressione di Federcasse. C’è da dire che la condizione per il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio dell’attività bancaria in forma di banca di credito cooperativo, è subordinata alla necessità di aderire a un Gruppo Bancario che sia capeggiato da una banca di secondo livello e possieda almeno un miliardo di euro di capitale. Ccb è un istituto con la forma giuridica di spa che agisce come banca di secondo livello fornitrice di servizi, è privo però del requisito del capitale che ammonta, almeno per ora, a soli 234 milioni di euro. Sartori, comunque nella sua relazione rassicura gli intervenuti in rappresentanza di 170 Banche cooperative che Cassa centrale: con l’aumento di capitale derivante dall’adesione di 89 Bcc, un incremento della quota partecipativa del socio tedesco Dz Bank, con la valorizzazione delle partecipazioni in portafoglio e attraverso un rastrellamento sul mercato di 200 milioni, arriverebbe nel 2017 a possedere 1,384 miliardi di euro. Entro fine ottobre prossimo ci sarà la conta ufficiale con l’invio della pre-adesione da parte di ogni singola Bcc alla capogruppo prescelta e solo allora si potrà sapere con un margine attendibile di certezza se nascerà un nuovo gruppo cooperativo concorrente a ICCREA. Gli addetti ai lavori danno per sicuro il duopolio, ma comunque vada sarà un’imposizione dall’alto ad aderire senza nessuna spinta progettuale che, partendo dalla base, porti a una crescita dimensionale dettata da esigenze di mercato, di  concorrenza o di economia di scala. È stata varata una riforma perfettamente rispondente alle richieste delle autorità centrali, partorita (mi hanno suggerito blindata) da un unico gruppo pretendente che l’ha pensata tutta per sé e fino all’ultimo si è battuto prepotentemente per avere l’investitura esclusiva. Alla fine è pur vero che la riforma approvata consente di avere anche più soggetti aggregatori, ma l’intreccio delle limitazioni, con in primo piano l’elevato requisito minimo di capitale, di fatto, hanno spianato la strada a Iccrea e “inibito la possibilità” potenzialmente “espressa dal mercato, di costituire più gruppi”. Una soglia di capitale più bassa avrebbe consentito fusioni e incorporazioni concordate in base a delle precise scelte strategiche e la crescita dimensionale sarebbe arrivata successivamente e gradualmente, in sintonia con gli obiettivi da raggiungere. Gruppi di dimensioni più contenuti avrebbero anche reso più attraente agli investitori l’ingresso in un’azienda, definibile “children”, con grandi potenzialità di sviluppo per quote di mercato tutte da conquistare. E, tra l’altro, l’auspicata apertura ai capitali esterni non è certo incentivata presentandosi come gruppo accentrato, chiuso nel controllo e restio ad accogliere nuove figure al vertice del potere decisionale.

Nemmeno la “grandezza” del gruppo sembra rappresentare una maggiore garanzia per la tutela del risparmio, tant’è che due grandi banche europee, Monte dei Paschi e Deutsche Bank, non sono al momento assolutamente gli istituti più sicuri ai quali affidare le proprie disponibilità monetarie. A garanzia della solvibilità delle banche converrebbe, semmai, commisurare adeguatamente gli obblighi di accantonamento di capitale ai prestiti concessi.

Così pure, della riforma approvata, le società del gruppo temono l’influenza della capogruppo sulla loro “governance” e, quand’anche inversamente dipendente dal grado di esposizione al rischio, sono altresì seriamente preoccupate da quanto possa essere discrezionale l’autonomia operativa concessa dalla capogruppo alle associate.

Alle banche “virtuose” pesa, però, più di tutto rischiare parte del proprio capitale (la riforma prevede che debba essere obbligatoriamente, non ceduto, ma messo a disposizione come garanzia sul patrimonio del gruppo bancario cooperativo) per sanare eventuali situazioni debitorie pregresse e magari appartenenti a quelle stesse banche i cui vertici adesso si propongono a capo del costituendo gruppo.  

Insomma, per un terzo delle Bcc italiane, una seconda capogruppo sarebbe una speranza e un’opportunità che garantirebbe della benefica concorrenza, due progetti di offerta tra i quali scegliere e una duplice visione strategica per modernizzare, valorizzare e far crescere il credito cooperativo. E poco importa se, come sostiene il presidente di Federcasse, “due gruppi sono una duplicazione di costi e disorientano management e basi sociali” tanto, saranno mercato, utenti ed eventi a promuovere l’offerta del nuovo modello di banca cooperativa.



3 La cura dei tassi bassi e gli effetti collaterali

     

Salvatore Carrano

"La politica monetaria della Bce non è il fattore principale per la bassa redditività delle banche" e i motivi degli scarsi profitti sarebbero piuttosto da ricercare in "Una bassa efficienza operativa". Le parole virgolettate sono di Mario Draghi, presidente della Bce, pronunciate il mese scorso davanti al Bundestag tedesco a discolpa di qualche critica di troppo, ricevuta per aver messo in crisi la redditività delle banche europee, e della Germania in particolare, con la politica dei bassi tassi di interesse.

Quando per ottenere un prodotto o per offrire un servizio si spende più di quanto si potrebbe, allora un’impresa sta operando con una bassa efficienza e, i costi esorbitanti per i troppi bancari che potrebbero essere sostituiti da funzionali e convenienti macchine “istruite” per compiere le operazioni standardizzate e in remoto; come pure le tante, piccole e dispendiose filiali sparse ovunque nel territorio che accolgono sempre meno visite agli sportelli, sono per le banche sintomi inequivocabili di bassa efficienza. Non si può che convenire.

Draghi, però, imputa alla politica monetaria della Bce comunque delle responsabilità altrimenti si sarebbe totalmente scagionato affermando che “La politica monetaria della Bce non ha colpe per la bassa redditività delle banche”. Il numero uno della Bce non è persona che pecca in comunicazione efficace, evidentemente è ben consapevole che la cura dei tassi bassi ha portato sicuramente beneficio all’economia dell’Unione, ma ha anche provocato degli effetti collaterali indesiderati. Succede sempre così. Quando curi un male e ne ottieni la guarigione, non hai più motivo di preoccuparti di qualcosa che ormai non ti provoca nessuna sofferenza, ma se la medicina che hai preso ti ha causato dei disturbi, quelli ora sono il male e di loro ti devi occupare. E adesso, e in particolar modo per i tedeschi che sono più degli altri guariti dalla crisi, gli effetti collaterali provocati dalla cura dei tassi bassi, sono il male da contrastare. I “mali minori”, perfino indolori fino a qualche mese fa, ora sono insopportabili o almeno talmente fastidiosi da esigerne un pronto intervento.

L’effetto collaterale più nocivo e contestato, provocato dalla cura dei tassi bassi, è sicuramente il crollo dei margini di profitto delle banche nelle operazioni di intermediazione. I costi sproporzionati, da soli, assottigliano i profitti, accoppiati a magri ricavi, producono perdite. E diverse banche europee stentano da qualche tempo a generare utili.

Capita, a volte, che un accadimento o una circostanza sveli dei disagi che covano nascosti. Le banche, addirittura prima della crisi, covavano il complesso della redditività e la cura dei tassi bassi, in Europa, lo ha reso manifesto. Il fallimento della Lehman Brothers, in definitiva è da imputare alla difficoltà degli istituti di credito americani di produrre redditi soddisfacenti con le tradizionali operazioni bancarie. I vertici della banca, allora, si inventarono mutui ad altissimo rischio d’insolvenza e derivati “senza sottostante” e alla fine il “niente” venne fuori. I subprime persero ogni valore e miliardi di dollari di prestiti non restituiti si trasformarono in quell’enorme debito che provocò la chiusura definitiva della quarta banca d’affari americana. E se non ci fosse stata la politica del “too big to fail”, di fallimenti ce ne sarebbero stati altri e perfino più clamorosi, ma qualche migliaio di miliardi di dollari stanziato dal Tesoro statunitense ne scongiurò la rovinosa eventualità.

In Europa le cose succedono dopo e arrivano, come i tornado, quando cominciano a perdere la loro forza e forse per questo non ci vorranno cifre esorbitanti per aiutare le banche in difficoltà a risanare i bilanci. È bene però ribadirlo senza mezzi termini, in mancanza degli aiuti economici dei rispettivi governi, diverse banche del vecchio continente rischiano il fallimento, Deutsche Bank in testa.

Lo statuire e il perdurare dei tassi bassi di interesse hanno anche reso i risparmiatori un po’ più poveri e non pochi problemi hanno creato al rendimento dei fondi, in particolare a quelli pensionistici. E quando, a breve e come si prospetta, i tassi riprenderanno a salire, si manifesteranno altri inconvenienti finanziari legati alle difficoltà di smobilizzare dei titoli che più nessuno vorrà comprare perché svantaggiosi. Verranno fuori le controindicazioni correlate all’aumento dei tassi di interesse e, per le autorità creditizie, potrà essere “ordinaria amministrazione” affrontarli a patto di avere un sistema bancario efficiente e risanato. Sarà tutt’altro che agevole, invece, fronteggiare problemi ordinari e ricorrenti di gestione del risparmio e finanziamenti con un settore creditizio improduttivo, inefficiente ed esageratamente costoso.



4 Di nuovo anatocismo, ma equo e controllato

 Salvatore Carrano

 L’interesse, in una delle sue definizioni più comuni, è inteso come il compenso che spetta a chi presta una somma di denaro per un certo periodo di tempo. Per poterlo calcolare è necessario conoscere l’importo utilizzato, il tasso applicato, il tempo di durata e, qualora uno di questi valori fosse uguale a zero, non ci sarebbe produzione di interesse. Alla scadenza di un contratto di prestito, il creditore ha diritto a riscuotere l’importo ceduto aumentato degli interessi maturati e tale somma congiunta potrebbe essere ancora utilizzata per una nuova operazione di prestito e produrre altri frutti monetari maggiori dei precedenti. Il meccanismo che produce l’incremento degli interessi è la capitalizzazione composta. Questo metodo di conteggio prevede che gli interessi, al termine della durata contrattuale, vengano sommati al capitale, che diventa dapprima montante e poi, nel caso fosse ancora utilizzato come somma da prestare, ritornerebbe capitale iniziale sul quale calcolare i nuovi interessi. È evidente che a parità di tempo contrattuale, più volte avviene la capitalizzazione e più aumenta l’aggravio di interessi per il debitore. Il regime di interessi  composti è chiamato anche anatocismo e questo termine che unisce ἀνἀ «di sopra» e τόχος «interesse», letteralmente significa interessi sugli interessi. L’anatocismo viene spesso associato e confuso con l’usura perché, in caso di numerose capitalizzazioni, e soprattutto con l’applicazione di tassi elevati, gonfia considerevolmente i costi del prestito.

L’uso di un anatocismo particolarmente penalizzante per il debitore è stato a lungo tollerato e l’applicazione della separata capitalizzazione degli interessi dare (trimestralmente) e quelli avere (annualmente), praticata per tanti anni dalle banche, ne è stato l’esempio più tipico. A partire dal 1° gennaio 2014 l’anatocismo è stato abolito in ogni sua forma, espressamente indicando che “degli interessi  non possano produrre altri interessi”. E la sentenza della Corte di Cassazione n. 9127/2015 depositata il 6 maggio del 2015, vietando qualsiasi forma di capitalizzazione degli interessi, compresa quella annuale, ne ha eliminata anche la possibilità di conteggio. Computisticamente, è stata la sconfessione dell’interesse composto.

Dal recente 1 ottobre, la delibera n. 343 del Comitato interministeriale credito e risparmio, reintroduce la capitalizzazione degli interessi su base annuale e, di fatto, ripristina l’anatocismo. Correntisti, mutuatari e debitori in genere, entro 60 giorni dal 31 dicembre sono tenuti a pagare gli interessi maturati nel corso dell’anno precedente sui loro prestiti e se non rispettano l’obbligo, o ritardano nell’adempimento della prestazione dovuta, risultano morosi. In tal caso, il creditore (la banca), applicando alla lettera la normativa contenuta nella citata delibera “gli interessi debitori maturati non possono produrre interessi, salvo quelli di mora”, addebita l’importo in c/c.

I tecnici del Comitato Interministeriale, evidentemente si sono ravveduti sulla “bontà finanziaria” della capitalizzazione composta e, ne hanno disposta la riabilitazione. Trovo che sia stata resa giustizia a un metodo di conteggio degli interessi garantista e neutrale perché “Dal punto di vista economico-finanziario, il regime dell’interesse composto sembra essere quello che garantisce migliori proprietà di equità astratta. In particolare, esclude arbitraggi temporali, cioè la possibilità di realizzare guadagni extra spezzando un’operazione di prestito nella combinazione di due operazioni consecutive di durata globalmente pari a quella dell’operazione originaria”. Il corsivo è tratto dal dizionario di economia e finanza della Treccani e lascia intendere che la capitalizzazione composta è di per sé, come già specificato, equa. Il regime di interessi composti è, oltretutto, trasparente perché consente “al debitore di poter calcolare in qualsiasi momento l’ammontare esatto del suo debito e poter compiere di conseguenza le sue scelte”. Ad esempio, il correntista debitore, a sua scelta e in qualsiasi giorno dell’anno, può versare una somma sul proprio conto corrente per ridurre la base di calcolo sulla quale conteggiare gli interessi.

Inoltre, la recente delibera snellisce l’articolo 1283 del c.c. rendendo superfluo il ricorso alla domanda giudiziale per provare la morosità del debitore. L’obbligo di una sola capitalizzazione per anno, indispensabile per evitare che l’anatocismo metta piede nell’usura, infine, soddisfa il diritto del prestatore a ricevere il compenso per il servizio offerto ed evita, nello stesso tempo, che il debitore possa trovarsi moltiplicato il suo passivo da un incontrollato anatocismo.



5 BILANCIO DELLE BANCHE
Circolare Banca d'Italia nr.262 del 22 dicembre 2005 e successive integrazioni. Fonte Banca d'Italia
Link Bilancio della Banca

A seguito dell'emanazione delle direttive comunitarie di riferimento e del decreto legislativo n.38/2005, con la citata circolare vengono indicante le modalità di redazione dei bilanci della Banche e delle finanziarie capogruppo di Banche. Oltre agli schemi di bilancio vanno compilati la nota integrativa e la relazione di gestione. Questi documenti sono predisposti in base ai "principi" di "prevalenza del momento di regolamento rispetto a quello della contrattazione" e di "prevalenza della sostanza sulla forma".


5 MATRICE DEI CONTI

CIRCOLARE BANCA D’ITALIA N. 272 DEL 30/07/2008. Fonte Banca Italia

Link Matrice dei Conti

La matrice dei conti rappresenta l'insieme delle regole e dei dati statistici-contabili trasmessi periodicamente dalle singole banche ed intermediari finanziari alla Banca d'Italia, per adempiere agli obblighi di natura prudenziale e  per fornire una  completa rappresentazione dei diversi  profili di rischio della singola banca. Al riguardo, la circolare contiene le regole per la compilazione delle segnalazioni statistiche di vigilanza, su base individuale, che le banche italiane e le filiali italiane di banche estere trasmettono alla Banca d'Italia. Il flusso informativo è denominato "matrice dei conti" in quanto  è organizzato in righe (le "voci") e colonne (gli "attributi informativi"), come una matrice. Lo schema comprende quattro sezioni che contengono dati statistici, di bilancio nonché informazioni relative a patrimonio di vigilanza e coefficienti prudenziali (rischio di credito e di controparte, grandi rischi, rischi di mercato, rischio operativo e posizione patrimoniale).



5 NORMATIVE BANCARIE fonte Banca d'Italia

Normativa Bancaria e  Circolari della Banca d'Italia

Link Normative Banca d'Italia

Il Testo Unico Bancario e il Testo Unico della Finanza conferiscono alla Banca d'Italia il potere di regolamentare numerosi aspetti dell'attività delle banche, con la finalità di assicurare la solidità e competitività dei singoli operatori (obiettivo di vigilanza microprudenziale) e con l'intenzione di stabilire la stabilità complessiva del sistema finanziario (obiettivo di vigilanza macroprudenziale). Gli atti normativi della Banca d'Italia possono assumere modalità diverse (disposizioni di vigilanza, regolamenti, circolari) ed hanno  abitualmente un contenuto tecnico-operativo.

Le circolari della Banca d’Italia disciplinano profili per ottemperare alla sana e prudente gestione delle banche; come l’assetto organizzativo, la governance, i sistemi interni di controllo e la trasparenza. La Banca d'Italia possiede anche poteri regolamentari e sanzionatori in materia delle “forme tecniche dei bilanci", in quanto questi ultimi sono un fondamentale strumento di trasparenza informativa per tutti i stakeholders.





6 SEGNALAZIONE PERDITE POSIZIONI IN DEFAULT

CIRCOLARE BANCA D’ITALIA N. 284. Fonte Banca Italia

Link Segnalazione delle Perdite

Istruzioni per la compilazione delle segnalazioni delle perdite storicamente registrate sulle posizioni in default. Banca d'Italia dal 2014 richiede a banche e agli intermediari finanziari di effettuare una volta l'anno una specifica segnalazione  avente per oggetto l'LGD (loss given default),  ovvero la   percentuale di credito che, a seguito della manifestazione dell'insolvenza delle esposizioni in bilancio e fuori bilancio, non è si potuto o riuscito recuperare. In questo modo la Banca d'Italia può conoscere    per ciascun istituto la qualità dell'attività di recupero del credito, ed in modo indiretto come ciascuna banca è riuscita a "mitigare" il rischio del credito riuscendo a disporre di appropriate   garanzie.  Ulteriore scopo di tale attività è la costruzione di un archivio che raccolga i dati completi  sull’attività di recupero dei crediti svolta dalle banche, che permetta di calcolare i tassi effettivi  di perdita registrati storicamente dalle posizioni deteriorate, in modo tale sarà possibile stimare anche  le perdite attese (EL expected losses). La segnalazione annuale del LGD dovrà riguardare le posizioni chiuse nel corso dell'ultimo anno indicando: le forme tecniche, l'EAD, l'entità dei recuperi ed i relativi costi di gestione.